Ecuba

 -  -  14


Tutto e’ compiuto. Non importa a quale prezzo. Le navi greche silenziose scivolano sull’acqua scura della notte, le vele bianche paiono sudari. Non sono molto lontane dalla costa, tra poco caleranno l’ancora per riposare e riprenderanno la navigazione alle prime luci dell’alba. Tra le schiave c’e’ una donna più anziana delle altre o forse solo piu’ sventurata. Pochi la riconoscerebbero ora, rannicchiata tra i lembi di una cuccetta sporca e sudicia. Pochi scorgerebbero in lei la regina di un tempo. Dalle labbra raggrinzite esce a fatica un suono arrugginito: canticchia una ninna nanna vecchia come lei, di quelle che intonava ai figli molti anni prima. Stavolta pero’ c’e’ una nota lugubre in quel canto, pare quasi un canto di morte. Le prigioniere sono ammassate in catene le une sulle altre e in questa circostanza quasi ne sono sollevate, perché tira un vento freddo che si insinua in tutti i pertugi della nave, nelle fessure tra le assi di legno, nelle vesti lacere: i loro corpi vicini si scaldano a vicenda. Lei invece non sente freddo e non cerca il calore, ma d’altronde non sente e non cerca più molte cose. Questo suo torpore non la spaventa, anzi, quasi la rassicura. I giorni di prigionia, di solitudine, di umiliazione le scivolano addosso: la sofferenza provata, ora, e’ una corazza impenetrabile. Molti credono che sia impazzita, che abbia fatto ciò che ha fatto perché folle di dolore. Che credano pure cio’ che vogliono. La verita’ e’ che ormai e’ vuota, un involucro di carne e ossa, senza più nulla dentro. Si alza, mangia la sua razione di cibo, mette un piede dietro l’altro, obbedisce, ma non e’ piu’ niente e diviene incredibilmente facile agire quando si è già morti. Eppure quella ninna nanna dovrebbe ricordarle chi e’ o almeno chi era. Lei e’ il passato, un groviglio di fulgidi ricordi. Come lei anche quella ninna nanna ormai e’ vuota ed ora la canta a se stessa per addormentarsi. Il traditore, figlio di un cane, le ha predetto che si trasformera’ in una cagna e trovera’ la morte in mare, ma non ha importanza perche’ anche i cani provano dolore e muoiono.

 

Senza rendersene conto si e’ alzata, nel cuore della notte; mentre il vento cala, fluttua nell’oscurita’ come un fantasma. Il caso vuole che nessuno la veda avvicinarsi alla balaustra, poco prima del rostro; le guardie in coperta sonnecchiano abbracciando gli elmi, la sentinella appoggiata contro l’albero della nave pare non notarla. I capelli bianchi le ondeggiando sulle spalle e sul petto come grano arso dal sole mentre muove passi incerti, ma inesorabili lungo le fila dei rematori addormentati su giacigli di fortuna. Si stendono tra le assi di legno su cui remano ogni giorno adesso che il mare è calmo e pare dormire anche lui. Improvvisamente e’ come se riprendesse a respirare dopo giorni di apnea: sente l’odore del mare. Il fruscio delle onde e la salsedine le ricordano la sua citta’, il chiacchiericcio nel porto, il suo sposo, i tanti splendidi figli. Ettore, trucidato e profanato, Polissena, sacrificata sul tumolo di Achille, Polidoro, poco piu’ che un bambino, ucciso e gettato in mare dal traditore figlio di un cane. E poi li vede. I figli del traditore la guardano con fiducia e curiosita’, lei li abbraccia, uno di loro se lo prende in grembo. Il suo volto e’ sfocato e confuso, potrebbe essere quello di qualsiasi bambino, anche di suo figlio Polidoro. No, non puo’ essere Polidoro. Polidoro e’ morto da solo, in terra straniera, ma il suo corpo ha trovato il modo di tornare a casa. No, non e’ Polidoro quel bimbo che ha tra le braccia. Ricorda solo i pugnali brillare nella semioscurità della tenda e poi il sangue. Le viene in mente la parola “Giustizia”. Ha fatto cio’ che era giusto fare, ma non se ne compiace. Il mare la chiama, sembra bisbigliare il suo nome, come una promessa di ricongiunzione e di pace. Forse anche il suo corpo tornera’ a casa trasportato dalla corrente. Ricorda il corpo di Ettore trascinato nella polvere attorno alle mura di Troia e il corpicino di Polidoro sballottato dalle onde fino a riva, macerato e irriconoscibile. Realizza di non voler tornare a casa, non vuole che nessuno raccolga il suo corpo per poterla piangere: vuole solo essere dimenticata. Si sporge. Lei e’ Ecuba, moglie di Priamo, madre di una nobile stirpe e i giorni di prigionia sono finiti.

 

14 voto/i
comments icon 0 commenti
0 notes
385 visite
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *