Stragi, ma un po’ piu’ silenziose

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Intere testate di giornali. Politici solidali. Frasi e immagini su Twitter, Facebook e Instagram. Ricorrenze annuali per non dimenticare. Celebrita’ in lutto. Questa e’ la reazione del mondo occidentale a tutte le stragi, o meglio, a quasi tutte.

Nigeria, 31 gennaio 2016. Tianjin, 12 agosto 2015. Yemen, 9 agosto 2017. Iguala, 26 settembre 2014. Questi sono solo pochi dei massacri che con il vento sono passati per un attimo sotto i nostri occhi e poi sono stati dimenticati troppo facilmente. Pochi li ricordano, eppure molte famiglie ancora soffrono la morte di figli, padri e madri, amici e compagni di vita.  Sono quattro eccidi avvenuti sotto cieli opposti della Terra ma legati dal dolore straziante di chi ancora piange.

Il primo accadde a Dalori, in Nigeria, con l’uccisione di piu’ di 86 civili. Un testimone afferma che dall’albero su cui era salito per nascondersi poteva sentire le urla dei bambini in fiamme. L’attentato porta la firma di Boko Haram, un’organizzazione terroristica jihadista sunnita diffusa nel Nord della Nigeria. Tra gli altri crimini rivendicati ricordiamo quelli del mercato di Maiduguri del 2015 e gli attacchi a Damaturu del 2011, rispettivamente di 19 e 136 morti; i 162 uccisi a Kano; la strage di Natale 2011 di Abuja. L’ideologia del gruppo si basa sul tentativo di instaurare uno stato islamico in Nigeria, incitando a una “lettura fanaticamente estremista della religione islamica” proprio come l’Isis. Secondo il “Global Terrorism Index” Boko Haram e’ il piu’ spietato e sanguinario fra tutti i gruppi terroristici del mondo e ce lo dimostra la nuova tecnica omicida: un neonato kamikaze in braccio a una bambina. L’episodio piu’ eclatante e che ha reso noto Boko Haram a tutto il mondo e’ stato sicuramente il rapimento di 200 e piu’ studentesse di una scuola di Chibok. Era il 14 aprile del 2014, le ragazze erano tutte a scuola per gli esami finali quando sono state circondate, minacciate e poi portate via. “Hanno bruciato i libri di scuola, le case e ci hanno obbligato a salire sui camion” afferma una ragazza riuscita a scappare. Tuttavia c’e’ un fatto sconvolgente da mettere in campo: quando nel 2016 furono rilasciate, alcune di queste studentesse decisero di tornare dai loro rapitori.  Da una parte, infatti, c’e’ la storia di Patience, una delle tante prigioniere, che narra di stupri, violenze e cannibalismo, dall’altra c’e’ quella di Aisha Yerima, 25 anni, che racconta la vita con Boko Haram come “fiabesca” tanto da convincerla a ricongiungersi con loro. Un fatto curioso quanto inquietante come la rieducazione da parte dei militanti sia convincente per alcune donne, in particolare per coloro che non hanno mai ricevuto molte attenzioni e che invece vengono trattate meglio di altre. “Il trattamento riservato alle donne rapite non e’ sempre uguale” racconta infatti la psicologa Fatima Akilu al Corriere della Sera “dipende dal campo di detenzione e dal suo comandante. Quelle trattate meglio sono quelle che hanno deciso volontariamente di sposare membri del gruppo”.

Ma ora spostiamoci a Tianjin (città portuale del nord-est della Cina): esplode un deposito della Ruihai International Logistic, compagnia privata nata nel 2011 e specializzata nel commercio di sostanze chimiche. Secondo la stampa locale contava 700 tonnellate di cianuro di sodio, una quantita’ assolutamente fuori dalla legge. 173 i morti totali, centinaia di feriti e zone evacuate per il pericolo di contaminazione da sostanze nocive. La prima esplosione sembra essere avvenuta su una nave carica di esplosivi e successivamente, circa 30 secondi dopo, avrebbe preso fuoco il deposito. Molti tra i dispersi erano pompieri inviati ad aiutare persone in difficolta’ e a tentare di spegnere il fuoco. Alcuni testimoni affermano di averli visti lavorare in lacrime per i loro colleghi morti. A quindici giorni dalla strage la polizia cinese ha arrestato 12 persone ritenute colpevoli tra i quali il presidente, il vicepresidente e due vicedirettori della Ruihai International Logistic e coloro che hanno aiutato la societa’ ad ottenere dei documenti sulla sicurezza del deposito. Non e’ ne’ la prima ne’ l’ultima esplosione avvenuta in Cina, che nel giro di due mesi ha registrato almeno altri tre grandi incidenti simili, uno a Shandong, uno a Kunshan e uno a Hebei, segno evidente che troppe volte si chiude un occhio sulla sicurezza.

Il terzo e’ solo uno dei tanti esempi di stragi di migranti. E’ avvenuto lo scorso 9 agosto. I profughi, provenienti da Somalia e Etiopia, sono morti annegati perche’ costretti a gettarsi in mare dal trafficante di uomini che aveva avvistato l’autorita’ marittima. Lo afferma l’Organizzazione internazionale per la migrazione (Oim). L’eta’ media era di 16 anni. I morti? Ufficialmente 50, ma si contavano 22 dispersi il 9 agosto. Molti di loro che sono riusciti ad arrivare a riva sono scappati, mentre altri sono rimasti per seppellire i compagni morti sulla spiaggia.
I migranti attraversavano il mare tra il Corno d’Africa e lo Yemen, “una strada che”, secondo l’Oim, “quest’anno e’ gia’ stata percorsa da almeno 55 mila persone (un terzo di loro sono donne)”. Non e’ tuttavia l’unica tratta sanguinosa per i profughi, che muoiono ogni giorno in numeri esorbitanti. Sono stati 4733 nel Mediterraneo nel 2016 e sono ancora in aumento nell’anno corrente. Non erano mai state raggiunte tali cifre da quando si e’ iniziato a contarli, nel 2008.

La quarta e ultima strage che si vuole ricordare oggi e’ nota come “strage di Ayotzinapa” ed ebbe luogo a Iguala, in Messico. Quelli della scuola di Ayotzinapa non sono mai stati normali ragazzi messicani ma, come afferma Il Fatto Quotidiano, “sono studenti informati e critici, che inoltre sono soliti essere talmente idealisti e coerenti con le proprie idee che cercano di agire per cambiare le cose”. Le dinamiche sembrano essere confuse quanto le indagini locali. I ragazzi si erano recati a Iguala per sequestrare 3 autobus da utilizzare per arrivare a citta’ del Messico, dove avrebbe avuto luogo una manifestazione contro la riforma dell’istruzione. Gli studenti erano soliti occupare gli autobus e il fatto era sempre stato accettato dalle autorita’ perche’ avevano sempre restituito i veicoli. Tuttavia erano in viaggio quando sono stati intercettati dalla polizia, che ha aperto il fuoco. Dopo orrore, fughe e sdegno, 43 studenti sono stati caricati sulle auto della polizia e portati via. Non furono mai piu’ ritrovati. Si ritiene che siano stati consegnati a un cartello della droga locale che li avrebbe poi uccisi. Dopo mesi di indagini, nel 2015, si e’ arrivati a puntare il dito contro il Governo messicano: un rapporto compilato dal Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) rivelo’ che all’aggressione del 26 settembre non solo parteciparono gli agenti della polizia locale in accordo con i narcotrafficanti, ma anche la polizia federale e le forze armate, che coprirono le violenze compiute quella notte. L’episodio e’ pero’ ancora avvolto dal mistero e l’assenza di certezze infiamma i messicani che chiedono che sia fatta giustizia o perlomeno chiarezza.

Molti altri drammatici avvenimenti vengono ricordati solo per un battito di ciglia, in particolare quelli che toccano meno i nostri interessi. Il mondo pero’ e’ spietato e, per combattere la violenza, occorre aprire gli occhi agli avvenimenti e portarli nel cuore proprio come i recenti attentati che hanno spezzato il fiato a tutta l’Europa.

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