Un aereo per casa

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Motori spenti fra lamine di metallo. Tende campeggiano tra aerei abbandonati. Fili del bucato appesi tra un’elica e un’ala. Cinture slacciate e tappeti ovunque. Sono piu’ di 100 mila coloro che si sono rifugiati a M’Poko. Un variopinto scenario visibile ai passeggeri in partenza dall’aeroporto della Repubblica Centrafricana dal 2013. Questo l’anno in cui il paese africano e’ degenerato nel caos quando un gruppo paramilitare di ribelli musulmani, Seleka, ha assunto il potere in un Paese a maggioranza cristiano. In risposta e’ nata la banda cristiana anti-balaka e la Repubblica Centroafricana si e’ ritrovata immersa nel sangue delle vittime della guerra civile. Cosi’ a una decina di chilometri dalla capitale Bangui e’ sorta una piccola citta’ nell’aeroporto di M’Poko divisa in tredici distretti.

Il luogo che doveva essere un rifugio per qualche giorno e’ diventata casa per migliaia di persone per piu’ di tre anni. Un angolo di paradiso che ha permesso la vita, piu’ di 5 mila bambini sono nati tra vecchi jumbo-jet e molti hanno avuto l’occasione per ricominciare. Sfuggita agli spari, all’acciaio stridente che rimbomba tra le vie di Bangui la popolazione ha dimostrato grande coraggio e M’Poko e’ divenuto simbolo di speranza e forza d’animo. Una speranza macchiata pero’ dal crimine. Di notte, quando tutto tace, la citta’ cambia colore. Le figure che dovrebbero garantire sicurezza divengono l’incubo peggiore.


I militari francesi, le forze di pace, abusano di minori promettendo cibo. Nessuno ne parla in quell’idillica baraccopoli perche’ piu’ sopportabile dell’odore acre della morte. M’Poko viene presto distrutta e il nuovo presidente Faustin-Archange Touade’ra ristabilisce la pace nel 2016. La capitale e’ in una situazione vivibile, cosi’ affermano le forze al potere eppure al ritorno a casa i rifugiati di M’Poko non concordano. Ceneri si alzano in aria. Scheletri di case si ammassano fra di loro. Il buio piomba sulla citta’ priva di elettricita’. Le malattie dilagano tanto rapidamente quanto finisce il cibo. L’acqua e’ poca e per di piu’ infettata dai cadaveri gettati nei pozzi. Atto non generato dalla pazzia, ma necessario affinche’ i migliaia di abitanti uccisi non risalgano dalle tombe a causa delle piogge.

La prigione di M’Poko e’ ora un bramato ricordo. Nonostante gli interventi francesi e le forze inviate dall’ONU il dramma non ha fine. Lo spettacolo non e’ ancora terminato. Le equipe di Medici Senza Frontiere (MSF) testimoniano l’orrore che divampa fra le strade africane. Corpi mutilati vengono esposti per terrorizzare la gente. I civili sono traumatizzati e in molti fuggono nella boscaglia sperando di salvarsi. In citta’ i morti si ammassano in centinaia e in ospedale non c’e’ più posto. I cittadini si trovano bloccati tra fuoco incrociato e i MSF ricevono migliaia di feriti provenienti da ogni parte della Repubblica Centrafricana. Persino in ospedale non c’e’ sicurezza di sopravvivenza: gli operatori umanitari sono rimasti coinvolti nell’agosto di questo anno in una vendetta da parte degli islamisti dei gruppi armati Seleka che hanno sgozzato cinquanta persone, tra cui donne e bambini. Tentare di aiutare diviene una colpa. Non c’e’ piu’ logica, la follia si legge negli occhi insanguinati e nulla ha piu’ senso. E’ la solitudine che si respira tra le lande africane, un immenso senso di abbandono. La promessa di un aiuto economico per raggiungere la pace va in frantumi, cosi’ come la vita di molti. Un velo polveroso si stende su questo Paese, una nuova emergenza ci affligge. Alla popolazione della Repubblica Centroafricana non rimane che sperare, non rimane che una preghiera.

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