Il custode di Dante

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Mai io custodii, ma sulle ossa del poeta, silente, vegliai.

Quando i rintocchi di San Francesco cessavano di battere.

Quando il giovincello si coricava stanco.

Quando la vecchierella aveva consumato anche l’ultimo Pater Noster.

Lento, per trentatre’ anni, mi son levato dal mio giaciglio per portare compagnia ad un morto.

Garofani rossi si stendevano lungo le scale, quasi volessero, anche loro, mostrare riverenza.

Sul suo capo ardevan perenni le fiamme

tenute vive dalla sua citta’.

Sol dopo la sua morte ne ebbe pieta’,

madre di poco Amore,

ed ogni anno gli dona l’olio dei suoi colli.

Tu, poeta, scolpito nell’immortale pietra,

pensoso rimembri che anche in morte sei esule

dalla terra che ti diede vita.

Ma cosa importa ora che di te non rimangono che i versi?

Ora che le tue ossa son poste sotto la mia attenta veglia?

Come un pargolo col padre, come un cane fedele

Accostavo l’orecchio, sperando d’udire la sottile eco, i silenziosi sussurri

di naviganti nostalgici che piangono la loro patria,

facendo tornare alla mente i dolci addii e il dolore

di chi, da poco, e’ pellegrino.

Quasi mi pare di sentire le campane che nei tuoi versi, funebri, sembrano piangere

il giorno che, come te un tempo, muore.

L’Aurora dalle rosee dita viene alzandosi da dietro la basilica

e i fraticelli, gli stessi che ti nascosero in passato, s’affrettano ad annunciare il giorno

ch’e’ risorto,

ma ne rimpiango la morte, che’ in essa trovai dolce ristoro dalla mia solitudine,

perche’ nella poesia tua, per un solo attimo,

io non fui piu’ vecchio custode, ma compagno d’un animo perpetuamente tormentato

a cui neppure la morte diede pace.

Ed insieme godemmo

della visione di Dio.

(Questa poesia e’ stata ispirata dall’intervista “Diario di un Cronista: il custode di Dante” di Sergio Zavoli, 1965)

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