Hermann Hesse – dialogo con la Felicita’

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Progresso e catarsi. Queste sono le due parole chiave che ci permettono di leggere l’opera di H. Hesse, il “cavaliere dell’anima”, cosi’ come viene definito da Ferruccio Masini, il quale individua nella sua produzione lirica la semplice volonta’ del «vivere l’esperienza del dolore e della metamorfosi attraverso la conoscenza». Progresso, perche’ nella sua ottica nessuna condizione umana deve rimanere immutata: questo e’ il principio del pro-gredire, ossia partire dalla natura, luogo originario, e cominciare a seguire il proprio cammino, interrompendo il torpore dell’esistenza. In questo meccanismo viene messa in gioco la volonta’ dell’uomo stesso, che non erra nel mondo oscillando tra illusione e sogno; va alla ricerca di un centro, che non corrisponde all’Io, bensi’ al vuoto del Tao: la catarsi, «la forma senza forma, la figura senza figura» (Tao Te-Ching).

Lo scrittore, nato in una famiglia colta e fervidamente religiosa, abbandona il credo già da adolescente, dopo gravi periodi di disperazione; si avvicina ai grandi contemporanei Turgenev, Ibsen, guardando al pensiero di Goethe, Schiller e specialmente al pessimismo storico di Burckhardt, che influenzera’ notevolmente la sua opera. Sara’ per tutta la vita in viaggio, materiale e spirituale, ispirandosi al motivo della “fuga”, particolarmente vivo in Germania all’inizio del Novecento: la sua culla e’ la Germania, si trasferisce più volte in Svizzera ottenendone infine la cittadinanza, viaggia in Oriente, spinto da una passione personale, toccando l’India, Singapore e Sumatra. Il suo spirito lo spinge a sentirsi cittadino del mondo, distaccandosi completamente da ogni forma di nazionalismo.

Il tema del viaggio e’ una delle colonne portanti della lirica hessiana: ogni viaggio comporta un ritorno e quindi un arricchimento; il cammino dell’autore e’ un continuo divenire.
Si viaggia per tornare, alla ricerca di una verita’ che non si esaurisce mai.

Le sue parole sono importanti, pregne di significato; Rilke, lodando la sua opera, le definira’ «come di metallo, […] lente e pesanti».
La Felicita’, uno dei componimenti piu’ noti dello scrittore tedesco, e’ un pacato e malinconico inno alla serenita’, finalizzato a compiersi infine in una catartica, trasparente limpidezza.

FELICITA’
(dedicata a Otto e Anna Rosenfeld)

Felicita’: finche’ dietro a lei corri
non sei maturo per essere felice,
pur se quanto e’ piu’ caro tuo si dice.

Finche’ tu piangi un tuo bene perduto,
e hai mete, e inquieto t’agiti e pugnace,
tu non sai ancora che cos’e’ la pace.

Solo quando rinunzi ad ogni cosa,
ne’ piu’ mete conosci ne’ piu’ brami,
ne’ la felicita’ più’ a nome chiami,

allora al cuor non piu’ l’onda affannosa
del tempo arriva, e l’anima tua posa.

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