Filosofia. Marx 200 anni e non li dimostra.

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52,6 miliardi di dollari tra Luglio e Settembre 2017. È l’ultima nota del fatturato resa pubblica dalla Apple, azienda che ha progettato e commercializzato l’Iphone. Poco più di quattrocento dollari al mese è, invece, il salario dell’operaio cinese che lavora in una fabbrica del suo paese, dove si produce il famosissimo smartphone americano. Una ricchezza, quella generata dalla Apple, che riempie le tasche degli amministratori di Cupertino e di chi acquista le azioni a Wall Street, ma che lascia sul lastrico le famiglie dei lavoratori cinesi. 12 ore al giorno per un compenso da fame. Dopo un secolo e mezzo dalla sua nascita la teoria del plusvalore di Karl Marx sembra dirci ancora molto sulla condizione degli operai. Continua a dominare nel mondo lo sfruttamento disumano del lavoro. Chi si spacca la schiena e le mani tutto il giorno, resta sempre, nonostante i secoli, povero, scippato e alienato della ricchezza che produce. Karl Marx, a quasi 200 anni dalla sua nascita, ci osserva severo e ci ripete che il valore delle merci non è quello del mercato, ma quello della fatica e dei sacrifici di chi lavora e viene schiavizzato ogni giorno. A fare due conti, almeno due terzi degli oltre cinquanta miliardi di dollari incassati dalla Apple dovrebbero essere spesi per mettere in sicurezza, migliorare, adeguare, rendere dignitosa la vita degli operai cinesi e dei loro familiari. Ma la teoria economica di Karl Marx si inceppa proprio sul valore delle merci e sulla compravendita. Se la Apple spendesse parte dei i suoi ricavi per migliorare la condizione della forza lavoro, il mercato azionistico la punirebbe con un secco ribasso delle quotazioni e il prezzo dell’Iphone diminuirebbe. È avvenuto e avviene di continuo. Le aziende che investono troppo nella forza lavoro vengono considerate poco produttive e non reggono le sfide di mercato. Un vero paradosso. Rendere giustizia alla condizione dei lavoratori fa chiudere fabbriche e unità produttive. Gli stessi consumatori ignorano la sofferenza di lavoratori sottopagati. A sborsare mille dollari per l’’Iphone di ultima generazione sono giovani e meno giovani occidentali, ai quali non interessa un bel nulla di come vive un operaio cinese. L’occidentale consumista sborsa mille dollari perché con l’Iphone si sente più “adeguato”, più “intelligente”, più “trendy”. Quando l’ultimo modello smartphone Apple diventa penultimo il suo valore diminuisce, anche se non diminuiscono le 12 ore giornaliere dell’operaio cinese e non aumenta il suo salario. Anzi, se l’operaio cinese incrocia le braccia e rallenta la produzione con uno sciopero, rischia il licenziamento. Intanto Huawei e Samsung approfittano dei ritardi americani, piazzano sul mercato nuovi modelli smartphone e catturano fette di mercato europeo e statunitense. “Gli affari sono affari”, dicono gli americani. Marx è stato dimenticato? Cancellato? Rottamato? Non proprio. Risultano ostiche e inapplicabili le sue insistenze sul valore delle merci che, per lui, dovrebbero essere pagate in base alle fatiche degli operai. Appaiono incomprensibili le sue affermazioni sulla “dittatura del proletariato”, che sarebbe l’unico ceto sociale adatto a governare. Restano, al contrario, tuttora, strumenti di fertile e libero pensiero i suoi richiami al diritto e all’uguaglianza, alla necessità di una più equa distribuzione della ricchezza. Lo comprese quasi subito il Cancelliere tedesco Otto Von Bismarck. Alla fine dell’800 Bismarck creò un formidabile istituto di previdenza che garantiva agli operai tedeschi pensione e retribuzione durante le malattie e gli infortuni. Nel nostro mondo globalizzato i sistemi previdenziali sono delle vere e proprie colonne portanti delle economie statali. John Maynard Keynes, grande economista americano, nella prima metà del ‘900 si impose con la teoria dell’economia “mista”. Per Keynes lo Stato deve intervenire con capitali pubblici per riequilibrare il mercato, impedire che troppi soldi si concentrino nelle mani di pochi, garantire la piena occupazione e il benessere della collettività. Discorsi difficili, tortuosi da capire e realizzare. Ma, in questi giorni in Italia , si parla della “tassa web”. Amazon e altri colossi del commercio elettronico dovrebbero, secondo alcuni parlamentari italiani, sborsare l’1% degli incassi a favore delle casse statali. I soldi servono per garantire l’APE (Anticipo Pensionistico) per tutti i lavoratori che ne hanno diritto. Forse, qui, il barbuto karl Marx ci farebbe un bel sorriso come a dire: «Che vi avevo detto?»

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