«Ciao, io sono Baxter». Ma coi robot finiremo allo zoo.

 -  -  6


Usare segni, parole, pensare qualcosa in modo isolato dalle altre, pianificare delle azioni, fare previsioni. In una parola: «astrarre». Lo facciamo solo noi esseri umani o, almeno fino ad ora, lo facevamo solo noi. Da qualche anno la capacità d’astrazione  si sta sviluppando pure nelle macchine come Baxter, un robot low cost (ventimila €) che è in grado di compiere agevolmente tutte le attività di base del facchinaggio. Baxter non ha bisogno di essere programmato, ma impara ad operare attraverso la telecamera. Come tutti i robot e le macchine di ultima generazione Baxter utilizza microprocessori ad «intelligenza artificiale». Affiancato ad un facchino umano, Baxter vede, registra, rielabora ed esegue senza alcun bisogno di ricevere ordini o essere programmato. Semplicemente, Baxter impara facendo le cose (learning by doing), proprio come fa un bambino che cresce. La differenza, ma solo per ora, è che un essere umano può fare scelte innumerevoli e infinite, può farne una questione personale, può mandare tutto all’aria o trasformare tutto in un sogno. Baxter, invece, no. Lui (il robot) ripete ciò che fa il collega di lavoro umano senza fare capricci, piantare grane o lamentarsi. Anzi, può farlo in modo più preciso ed efficiente. Insomma, Baxter è un prodigio della tecnologia, ma sempre “macchina” è. «Meno male!» replichiamo tutti tirando un sospiro di sollievo.

 

I nipoti più intelligenti di Baxter    

Baxter è già vecchiotto. Messo a confronto coi suoi nipoti attuali fa la figura dell’ «Homo abilis» di un milione di anni fa rispetto all’attuale «Homo sapiens». Baxter è appena in grado, si fa per dire, di caricare, scaricare e movimentare materiali. Gli ultimi robot fanno molto di più. «Watson» dell’IBM è molto altro che un umanoide come Baxter. Questa «macchina – sistema» dell’IBM utilizza telecamere, scanner e braccia dei robot come terminali. Watson risponde alle domande poste con linguaggio naturale, effettua visite mediche, esami diagnostici, prescrive terapie con farmaci. Sbaglia meno di una volta su cento. Fa tutto collegandosi ad un «data – base» mondiale online, che viene aggiornato in tempo reale senza interruzione.

 

Nel 2070 alla pari 

Pensare ai robot solo come ad una ferraglia umanoide, secondo gli esperti mondiali, ormai è solo una favola. Le macchine che sembrano ET di «Extraterrestre», il famoso film di Spielberg del 1982 (nella foto ET e il regista), sono in realtà solo dei terminali. La vera potenza dell’intelligenza artificiale è nel rapporto tra la rete, che fornisce i dati, e la capacità dei terminali-robot di acquisire, registrare e rielaborare i dati. Baxter, Watson o, semplicemente, il nostro smartphone hanno la loro importanza in merito alla potenza di calcolo, ma la vera chiave di volta è la possibilità di utilizzare contemporaneamente «data – base» infiniti. Per adesso, dicono gli scienziati, un robot sofisticato collegato alla rete è in grado di assolvere al 10% delle abilità umane, cioè a tutte quelle attività tipiche della manifattura. Non può certo imparare a capire i sentimenti di una persona. Tra venti anni, sempre secondo gli esperti, le macchine potranno fare il 50% di ciò che fa un essere umano. Quindi, ben oltre la manifattura. I robot collegati alla rete, intorno al 2040, potrebbero essere, per esempio, in grado di comprendere le emozioni di un essere umano e rispondere alle sue esigenze. Nel 2070 saranno in grado di fare il 90% delle attività tipicamente umane. Previsioni azzardate e irreali secondo Stephen Hawking. Il grande e famoso astrofisico britannico, insieme a molti altri scienziati, ha firmato una lettera aperta nel 2015. Hawking e gli altri chiedevano a ricercatori, filosofi e opinionisti vari di evitare allarmismi inutili e sollecitare, piuttosto, politici e governatori a fare in modo che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale rispettasse i diritti degli esseri umani. Alla fine del 2017, però, si ripropongono gli interrogativi di sempre:  cosa vuol dire il 90%? Se un robot sarà in grado di capire il nostro umore, cosa ci accadrà?

 

Finiremo come i gorilla 

 A sentire il filosofo 45enne svedese Nick Bostrom, la capacità dì astrazione e le abilità di Baxter e Watson giungeranno a livelli tali che noi umani potremmo diventare schiavi delle macchine, proprio come abbiamo fatto noi coi gorilla. «Migliaia di anni fa – spiega Bostrom – probabilmente i nostri antenati si sono ritrovati davanti queste scimmie molto più grosse e forti di noi. Ma dalla loro avevano il cervello con la capacità di astrazione. Questo ha permesso di rovesciare il rapporto. Ora i gorilla sono negli zoo. Se l’intelligenza artificiale giungerà a livelli simili ai nostri, ma con forza di calcolo molto più elevata, avremo lo stesso destino dei gorilla». Per Bostrom dobbiamo, fin da ora, pensare a seri sistemi di controllo. «Le macchine attuali sono in grado di raggiungere gli obiettivi per cui le abbiamo costruite, ma con le nuove tecnologie possono anche improvvisare e portare alle estreme conseguenze il raggiungimento degli obiettivi. In questi casi possono fare scelte al nostro posto. Dobbiamo prevenire e d evitare». Non è difficile, del resto, pensare a Watson che ci diagnostica la possibilità di una futura malattia e ci impone terapie estreme come l’amputazione.  La vicenda della famosa attrice Angelina Jolie che si è fatta amputare il seno, dimostra fino a che punto possano influenzarci le nuove macchine con le loro inappellabili diagnosi sanitarie.

 

«Tranquilli. ci inventeremo qualcosa» 

Secondo i catastrofisti nei prossimi 20 anni il mondo si trasformerà radicalmente. Scompariranno facchini, autisti di camion, tassisti, consulenti fiscali, legali, assicurativi. Inutile parlare di impiegati postali, bancari, municipali e tutti coloro che fanno attività di routine. Robot e terminali vari sono già pronti a sostituire tutto e tutti. A dimostrarlo il continuo calo del personale impegnato nelle attività miliardarie di colossi come Amazon, Google, Facebook. Queste aziende, che producono sempre più utili finanziari, vanno verso una completa automazione del processo. Ma il 51enne svizzero Bruno Giussani, responsabile europeo dell’organizzazione TED, che organizza eventi per diffondere nuove idee, è ottimista: «Nella storia ci sono state rivoluzioni tecnologiche che hanno tolto posti di lavoro, ma hanno creato nuovi bisogni e nuove professioni. La rivoluzione industriale ha tolto dai campi milioni di contadini, ma è nato il ruolo dell’operaio». Siamo sicuri anche noi che, tra venti anni, al posto di molti impiegati, ci saranno addetti alle risorse umane e alle pubbliche relazioni, insegnanti, psicologi, religiosi e tutti quei mestieri (non molti per la verità) per i quali è necessario l’essere umano. Intanto aumentano le vendite degli oggetti spediti via Amazon. Il filosofo Bostrom non avrebbe dubbi. Se continua con questi ritmi, la diffusione dell’acquisto elettronico ci farà diventare tutti acquirenti compulsivi. Uno stop di Amazon provocherebbe miliardi di crisi d’astinenza. Niente paura, potremo affidarci alle cure di Watson, che in pochi minuti ci farà ingurgitare lo psicofarmaco adatto. Diminuiranno i sintomi, saremo più tranquilli, non avremo effetti collaterali e torneremo subito pronti per nuovi acquisti, appena i server Amazon si riattivano.

6 voto/i
comments icon 0 commenti
0 notes
185 visite
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *