Il canto della montagna

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La Corea del Nord si estende per piu’ di 120 mila km e viene definita “mare in tempesta” a causa della forte presenza di catene montuose, infatti ben l’80% del territorio ne e’ ricoperto. E’ proprio fra di esse ed il fiume Taedong, che si nasconde un sanguinoso segreto: il “Campo 14”.  A meno di un centinaio di chilometri dalla capitale Pyongyang e’ celato al mondo solo uno dei sei campi di internamento nordcoreani. In essi vengono portati coloro che tentano la fuga dal Paese, coloro che sono ritenuti responsabili di reati politici o contro lo Stato e coloro che hanno per unica colpa un legame sanguigno. Perche’ in Corea del Nord esiste una legge che prevede la «Punizione per tre generazioni», istituita nel 1972 dal Grande leader e Presidente Eterno Kim Il Sung. Questa la causa dell’affollamento dei campi, che contano circa 200 mila internati secondo il Dipartimento di Stato Americano.

Troppi prigionieri e fra di essi c’e’ chi, addirittura, ha come colpa la propria vita: non sono permessi i figli all’interno del campo, ma sono permessi gli stupri. Se per un mal augurio una donna aspetta un figlio in seguito ad un abuso e’ costretta a fare una scelta: abortire o morire. Si lavora senza pausa nel campo ed una razione di cibo insufficiente e’ il pagamento previsto, una pietanza sempre uguale, eternamente insapore. La disperazione e’ tale da bramare un topo da addentare. Un roditore e’ da considerarsi un lusso, ma solo se la guardia permette il succulento bottino, in quanto ogni singola azione deve essere concessa da un superiore, persino un bisogno primario come l’andare in bagno. Ogni azione presa di propria iniziativa ha come risultato una tortura, come dita mozzate, corpi ricoperti di ustioni ed arti compromessi.

L’unico svago permesso nel campo sono le esecuzioni degli altri prigionieri. Non sono valori come la fratellanza, il rispetto e la fiducia a contare, importa solo sopravvivere. Ogni legame si spezza e se per salvare la propria vita si manda al patibolo un’altra vita, questo e’ un peso sopportabile. Nulla e’ concesso, ma tutto e’ lecito. Non ci si puo’ fidare di nessuno, persino nei propri occhi si cela il nemico. Uscire da quella prigione e’ l’unico pensiero che conta.

Una brutta cartolina in bianco e nero che ricorda Auschwitz. Un campo voluto e portato avanti da una dittatura del ventunesimo secolo. Un orrore risaputo e taciuto. Il vento continua a soffiare e l’eco delle grida si disperde tra le montagne. La richiesta d’aiuto muore, risuona solo nella memoria di coloro che sono fuggiti.

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