I Liquidatori: martiri inconsapevoli di Chernobyl

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I Liquidatori: martiri inconsapevoli di Chernobyl

 

26 Aprile 1986, l’una di notte. A Chernobyl si verifica un incidente catastrofico: il reattore 4 esplode provocando un violento incendio e la dispersione di una nube tossica che investe le citta’ nel raggio di decine di kilomentri dalla centrale nucleare, ma che non si arresta. Continua infatti a spostarsi verso il resto dell’Europa. L’Unione Sovietica tenta di insabbiare l’accaduto, ma i livelli radioattivi che si registrano superano di un miliardo di volte quelli normali. Sul posto vengono inviati i liquidatori: 600.000 persone nel corso dei lunghi mesi necessari a mettere in sicurezza il sito. Scarsamente equipaggiate, prive dell’attrezzatura adeguata, nella maggior parte dei casi sono inconsapevoli dei rischi che vanno correndo. “Pioveva acqua arancione e tutto il terreno era diventato di quel colore, siamo intervenuti subito, dovevamo entrare a turno nel reattore, solo 2 minuti per squadra, nessuna difesa, tanto era inutile. E’ stata una lotta contro il tempo per bloccare il reattore e per non morire all’istante. Avevo la gola gonfia per lo iodio radioattivo, non riuscivo piu’ a parlare. Io me la sono cavata con 2 ictus, colpa dell’intossicazione da piombo. Ma tanti sono morti, anche ragazzi, molto giovani.” – ricorda Vladimir, un geometra. Tra di loro tecnici, ingegneri, vigili del fuoco, soldati dell’Armata Rossa e molti volontari, scelti in base all’eta’ (almeno 30 anni) e ad altri fattori. Molti vengono reclutati grazie a promesse governative. “Mio figlio era entusiasta del suo lavoro. -Mamma – mi disse- mi danno 100 dollari al mese, la televisione e le medicine gratis, una bella casa. Potro’ viaggiare senza pagare sugli autobus e andare in vacanza per un mese in Crimea. Ma poi, mio figlio e’ morto di leucemia”. – racconta la madre di un liquidatore.

Gli uomini spengono l’incendio divampato nella centrale e poi rimuovono con cio’ che hanno a disposizione, spesso a mani nude, i detriti altamente radioattivi dell’esplosione, li sotterrano e costruiscono sopra il reattore un sarcofago. I primi ad intervenire sono i vigili del fuoco che privi delle protezioni necessarie vengono presto travolti dalle radiazioni: piu’ di 1600 Rontgen, quando la dose mortale e’ di 400. Tra i racconti della catastrofe, quello di Ljudmila, moglie del defunto vigile del fuoco Vasilij Ignatenko.“Erano partiti cosi’ com’erano, in camicia, senza indossare la tuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un normale incendio.” Cosi’ descrive i quattordici giorni di calvario in ospedale, prima della morte: “Lui comincio’ a cambiare… Le ustioni affioravano in superficie… In bocca, sulla lingua, sulle guance… La mucosa si staccava a strati…Il colore del viso… Il colore del corpo… Blu, rosso grigio marrone (…) Finche’ restavo con lui evitavano di farlo… Ma quando io non c’ero lo fotografavano… Indosso non aveva niente, coperto solo da un lenzuolino leggero. ”

Data la difficolta’ a raggiungere il reattore via terra, si tenta un’altra strada. Vengono inviati centinaia di velivoli per sganciare tonnellate di sabbia, boro, piombo e argilla sul sito. Una volta spento l’incendio, Alexei Ananenko, tecnico dell’industria nucleare, Valeriy Bezpalov, ingegnere della centrale e Boris Baranov, giovane operaio, si offrono volontari per svuotare le piscine d’acqua radioattiva, poste sotto al nocciolo del reattore: la manovra e’ necessaria, perche’ c’e’ il rischio che si inneschi una nuova tremenda esplosione. Si immergono per aprire le valvole manuali dei circuiti, facendo defluire litri e litri d’acqua: moriranno poco tempo dopo per le radiazioni assorbite.

 

Il 26 Aprile 1986 il tempo si ferma a Chernobyl, gli oggetti abbandonati in tutta fretta dagli abitanti sono ancora li’, al loro posto, ma per i 600.000 liquidatori il tempo ha continuato a scorrere.
Se tante furono le morti durante i soccorsi, molte di piu’ furono quelle nei mesi e negli anni successivi. Morti terribili, morti deformi e mutilate, morti in cui la stessa dignità umana sembra annullarsi.
“Volete sapere come si muore dopo Chernobyl? L’uomo che amavo, cosi’ tanto che non avrei potuto amarlo di piu’ se fosse stato mio figlio, si trasformava sotto i miei occhi in un mostro…” – La straziante testimonianza di Valentina Panasevich, una delle tante vedove di Chernobyl, e’ stata raccolta da Svetlana Alekseievic nel capolavoro “Preghiera per Chernobyl”.
Centinaia di storie, centinaia di spiriti e temperamenti differenti, eppure un unico destino.
“…non era un solito tumore, era il tumore di Chernobyl, molto piu’ terribile. I medici mi hanno spiegato: se le metastasi si fossero sviluppate nell’organismo, sarebbe morto presto. Invece sono uscite tutte fuori. Le formazioni nere hanno coperto il corpo fino alla vita, era sparito il mento, il collo. La lingua uscita fuori, era diventata come una borsetta. Sanguinava perche’ si rompevano le vene. Gli mettevo sotto un catino. Anche adesso sento quel suono di zampilli di sangue. Non sapevo come aiutarlo. (…) Ho imparato a fare da me le punture di stupefacenti. Gridava dal dolore, gridava per tutto il giorno.”

Nello scrivere questo articolo, mi ha accompagnata per tutto il tempo la sensazione che informazioni, numeri e dati statistici che trovavo e fornivo a mia volta, fossero ben poca cosa di fronte alle testimonianze dirette dei martiri inconsapevoli di Chernobyl e delle persone a loro vicine: probabilmente non avrebbero saputo spiegare cosa avesse scatenato l’esplosione, ne’ conoscevano l’elenco degli isotopi che contaminarono l’aria, ma hanno restituito con parole vivide tutto l’orrore che costo’ a centinaia di migliaia di persone.
Come decenni prima la bomba atomica, anche Chernobyl ha sconvolto la nostra concezione di civilta’: ha accorciato le distanze tra i continenti, reso il mondo un posto improvvisamente piu’ piccolo.
Chernobyl non fu solo una catastrofe all’interno dei confini dell’ URSS, ma una tragedia dell’intera umanita’, e i liquidatori degli eroi per la salvezza di quella stessa umanita’.

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