Un mondo di mattoni

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Poco piu’ di un anno fa l’America ha scelto Donald Trump come 45esimo presidente degli USA, lasciando il mondo a bocca aperta: l’eccentrico Trump, infatti, nella sua campagna elettorale, aveva stupito tutti dichiarando la sua volonta’ di porre un possente muro a confine con il Messico. Una notizia tragica, ma non sorprendete quanto scoprire che nel mondo, ad oggi, sono presenti ben 70 muri di confine. La quantita’ di barriere che fa a pezzi la cartina e’ cresciuta notevolmente a seguito della caduta del famoso muro di Berlino. L’evento aveva infuso speranza nei cuori dell’umanita’, eppure dal 1989, quando le barriere costruite dall’uomo erano solo 15, i muri si sono quadruplicati. Dal 2000 in avanti nel mondo sono spuntati circa diecimila chilometri di cemento e filo spinato.

La stessa Europa, che in piu’ di qualche occasione ha criticato la politica del nuovo presidente, dimentica spesso di avere recinzioni e divisioni, sia lungo i propri confini che al proprio interno. A dare il via al primo progetto di fortificazione, a seguito di un influsso di clandestini di oltre mezzo milione in soli quattro anni, era stata la Grecia nel 2011 chiudendo i confini con un fossato lungo 120 chilometri, largo 30 metri e profondo sette. Questa mossa ha portato effettivamente ad una diminuzione dei livelli di immigrazione e cosi’, su questo modello, nel resto d’Europa si innalzano muri di filo spinato. Scatta una reazione a catena ed in Bulgaria, con le frontiere chiuse in Grecia, aumentano i clandestini. La citta’ di Sofia si sente cosi’ costretta ad approvare nel 2013 la costruzione di una recinzione che la separi dalla Turchia, lunga in tutto 160 chilometri, formata da reti metalliche e filo spinato. Anche qui si abbatte notevolmente il numero degli immigrati passando da 11 mila a 4 mila nel 2014. Segue l’Ungheria nel 2015 con un muro di circa 175 chilometri, che nega ai profughi di arrivare nell’UE, la quale racchiude una speranza di sopravvivenza grazie all’accordo di Schengen.

L’accordo fu firmato a Schengen il 14 giugno 1985 fra Benelux, Francia e Germania con il quale si intendeva eliminare progressivamente i controlli delle persone alle frontiere comuni e introdurre un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunita’ o di Paesi terzi. Ad oggi il piano sembra non reggere i colpi ed alcuni Paesi sospendono l’accordo. Nel 2015 nasce la barriera francese a Calais, con l’appoggio economico della Gran Bretagna. Una barriera di cemento armato lunga quasi due chilometri che costeggia l’autostrada che conduce ai due principali punti di accesso all’Inghilterra: il porto ed il tunnel che attraversa la Manica. I migranti vivono in tende e rifugi di emergenza nella citta’ di Calais e nasce cosi’ l’accampamento detto “The Jungle”, smantellato dopo poco dalle forze armate. Un mattone segue l’altro e cosi’ nascono nuove barriere. Anche in Norvegia si tenta di porre un limite a confine con la Russia, ma i profughi si armano di bicicletta, persino nel gelido inverno, e attraversano la frontiera a piedi. Ogni alternativa possibile deve essere presa in considerazione per scampare alla morte.

In Europa c’e’ una barriera in piu’: il Mediterraneo. La crisi dei migranti e le nuove difese innalzate costringono molti profughi ad attraversare un’altra via, quella del mare. Negli ultimi anni il Mediterraneo registra valori altissimi di viaggi, sbarchi e sopratutto morti. Nel 2016, secondo i dati aggiornati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono morte, provando a superare il nostro mare, in media 14 persone al giorno. I migranti, ma soprattutto i trafficanti, hanno mostrato di sapersi adattare ai cambiamenti introdotti dai muri, ma controllare le onde e’ praticamente impossibile. La paura piu’ grande e’ quella di dover affrontare le intemperie del mare a bordo di barconi in cui la speranza di vita e’ vicina allo zero, ma ai profughi non rimane che questa possibilita’.

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