Il cuore rivelatore, racconto noir e introspettivo

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Un narratore anonimo ci catapulta nella storia, senza particolari indugi, pronunciando le semplici parole “E’ vero!”  come unica garanzia della veridicità delle vicende. Non è pazzo, lui, ci tiene a precisarlo. Ha meditato di uccidere il vecchio per sette notti, entrando nella sua stanza a mezzanotte – con tutte le dovute precauzioni, s’intende – ma avendo trovato sempre il vecchio ad occhi chiusi, il suo movente non aveva motivo d’essere. Il vecchio e’ amabile, gli vuole bene, ma lui proprio non riesce a schiodarsi dalla testa quell’occhio vitreo – da avvoltoio – che il vecchio gli punta addosso. Non e’ pazzo, ne’ paranoico. Potrebbe mai un folle progettare un omicidio con così tanta razionalita’ I suoi sensi sono acuti come non mai, tanto che riesce a sentire perfettamente il sospiro del vecchio, uno di quelli che vengono dall’anima, dalla consapevolezza della morte imminente. Il suo udito e’ così fine che riesce a avvertire i battiti del cuore del vecchio così nettamente che quasi gioisce del suo ritmo impazzito. Bisogna fare in fretta, eliminare il vecchio, il suo occhio che da’ i brividi, prima che quel battito cardiaco accelerato svegli tutti i vicini – un folle penserebbe mai a questi dettagli? Si e’ disfatto con una tale cura del corpo del vecchio, che persino la visita di due ufficiali non lo manda nel panico. Anzi, li fa accomodare, fa conversazione, tanto e’ sicuro delle sue gesta. Eppure un fastidioso rumore raggiunge il suo udito, prima flebile, in un sussurro, poi sempre piu’ insistente.Possibile che i suoi ospiti non se ne accorgano? Parla sempre piu’ ad alta voce, urla quasi, pur di coprire quel maledetto frastuono che invade la stanza. Ora, ora sì che va fuori di testa, quel trambusto non gli da’ tregua. Basta! Si rassegna: confessa i suoi peccati, inchiodato da quel rumore incessante, lo stesso udito pochi istanti prima di uccidere il vecchio. E’  stato proprio il maledetto battito del cuore del vecchio a farlo uscire di senno.

Il narratore sottolinea, in tutto il racconto, quanto razionale e metodico sia stato nel programmare quell’omicidio. Il suo gesto non e’ dettato dalla follia, non e’ colto da un raptus, ma agisce nel pieno controllo delle sue facolta’ mentali. Cio’ non basta, al lettore, per giudicarlo sano di mente. Quel suo gesto infame, compiuto senza una motivazione valida – non per soldi, per un litigio, ma per via dell’occhio del vecchio – seppur studiato nei minimi dettagli, non puo’ che risultare il disegno di un folle. Inoltre, l’ossessione che il narratore ha per questo occhio, che sente sempre puntato su di lui, e’ indice di una personalità paranoica e ansiosa.Quello sguardo fisso, che tanto assilla il narratore, e’ per lui il simbolo di critiche e giudizi patriarcali. Si sente osservato, vigilato: ogni sua azione è soppesata da quello stramaledetto occhio. Il vecchio in se’ non e’ un problema, anzi, prova affetto per lui. Quando la sera si intrufola nella stanza dell’anziano signore, il narratore e’ incapace di ucciderlo: avendo gli occhi chiusi, il vecchio non rappresenta una minaccia. Ma non appena questo, l’ottava sera, sbarra il suo occhio di ghiaccio, il narratore non esita a scagliarsi sul povero signore, uccidendolo. La sua ossessione prevarica sul buonsenso, e non riesce a far tacere l’infida vocina assetata di sangue, che lo guidera’ nel suo folle gesto.

Proprio quando si sente al sicuro, mentre nella sua testa si pavoneggia di esser riuscito egregiamente nel suo intento, il narratore inizia a sentire uno strano rumore. Innervosito, il protagonista inizia ad alzare sempre di più la voce, nel tentativo di coprire il frastuono – che a quanto pare solo lui riesce a sentire. Il trambusto, infatti, altro non e’ che il battito cardiaco del vecchio, che pulsa e risuona nella sua testa. Proprio quel rumore, che poche ore prima aveva trovato piacevole, lo manda ora ai pazzi. Il cuore della vittima continua a agitarsi sotto le assi di legno in cui e’ nascosto, e il narratore e’ così angosciato, tormentato, da questo perpetuo sussulto, che confessa il suo reato pur di farlo smettere. Come se riconoscere le sue colpe, e assumersi le conseguenti responsabilita’ , fosse indispensabile al narratore per ritrovare la pace. Il cuore sepolto e’ invisibile agli occhi dei due ispettori, l’omicidio viene alla luce perché il reo si dichiara colpevole, nella speranza di redimere la sua coscienza.
La confessione diventa quindi l’espiazione della colpa del narratore che, messo alle strette, non può fare altrimenti.

Esiste un sottile filo rosso che collega “Il cuore rivelatore” a un altro racconto di Poe, “Il gatto nero”. In entrambe le storie, il narratore è un uomo paranoico, insicuro, ansioso. Queste manie portano il protagonista a compiere un crimine, spinto dall’esigenza di liberarsi dalle sue ossessioni.
Eppure queste non cessano, ma prolificano, si moltiplicano, fino a portare il narratore alla pazzia.
La coscienza del protagonista e’ sempre legata a un simbolo, un diversivo – il miagolio del gatto nero o il battito del cuore della vittima – che attira la sua attenzione, lo tormenta, tanto da spingerlo a svelare i suoi atti diabolici: solo così potra’ mettere a tacere la voce del suo discernimento interiore, pagando il prezzo delle sue azioni.

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