Il Piccolo Principe, fiaba per adulti

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Che “Il Piccolo Principe” sia molto piu’ che una fiaba per bambini, l’ho capito alla seconda lettura delle sue lisce pagine. Alla terza, ho imparato ad amarlo. Dalla quarta in poi, ho apprezzato ogni sfumatura, ogni sottigliezza, tutte le delicate allegorie che vi ho letto tra le righe. E ogni volta ho riscontrato una diversa chiave di lettura, tutte attendibili ma così diverse tra loro che sarebbe impossibile riportarle tutte senza creare confusione. Una su tutte ha sempre stuzzicato la mia fantasia, portandomi a credere che fosse esattamente cio’ che Antoine De Saint-Exupéry volesse esprimere scrivendo il libro. “Il Piccolo Principe” e’ un viaggio introspettivo che l’autore compie, alla ricerca del se stesso bambino. I personaggi che il principino incontra sulla sua via, altro non sono che le varie sfaccettature del mondo adulto e razionale – e quindi incomprensibili ai suoi occhi. Sono la personificazione del lato maturo dello scrittore, ma anche del mondo stesso, di fronte al quale il bambino si sente disorientato, perche’ lontano da tutte queste dinamiche.

Molte sono le prove a sostegno della mia tesi: la prima che incontriamo e’ quella dell’elefante dentro al boa. L’autore mostra questo disegno agli adulti, che lo identificano come un cappello. Questo sta a indicare la loro superficialità, la perdita della fantasia, l’incapacità di sognare. Inoltre, l’elefante all’interno del boa rappresenta il suo mondo interiore, da fanciullo, che i coetanei – nell’epoca in cui scrive A.D.S. Exupéry ha quarant’anni – non riescono a cogliere e che, quindi, anche lui abbandona.

Il pilota del racconto si trova nel deserto col suo aereo guasto, pochissima acqua e nessun modo di raggiungere i paesi vicini. Qui il tema del viaggio e’ palese, l’autore si sente perso e ha bisogno di ricominciare, di aggiustare cio’ che in lui si e’ rotto – l’aereo, per il pilota.
Proprio quando sta per abbandonarsi all’esasperazione, un ragazzino biondo gli si para davanti.
Non sa – e non sapra’ mai – come sia arrivato fin lì, ma istintivamente inizia a incuriosirsi di quel principe misterioso. Lui dice di venire da un pianeta lontano, piccolissimo: rappresenta lo spazio che lo scrittore adulto ha riservato alla sua parte infantile, quasi nulla. Il Principe e’ partito da quel claustrofobico asteroide, l’io bambino e’ in esilio dal solito angoletto in cui e’ relegato, per avere la possibilita’ di prevalere sulla razionalita’ e la logica dell’adulto.

Simbolismo palese e’ quello del baobab: il Piccolo Principe e’ affranto dal dubbio che un giorno queste infime piante possano sovrastare il suo minuscolo asteroide. Incapace di riconoscere il seme “buono” di una rosa, per esempio, da quello funesto del baobab, il bambino non può intervenire se non quando la pianta inizia a spuntare, prepotente, dal terreno. Queste malerbe invadono il pianeta del principino, minacciandolo, e lui per tutta risposta con gran cura le estirpa. I grandi alberi altro non sono che il mondo degli adulti, dal quale il bambino prende le distanza, restando puro: le cose “da grandi” minacciano il pianeta dell’infanzia, e l’unico rimedio a questa piaga è non piegarsi a essa. L’autore invita tutti i bambini del mondo a estirpare tempestivamente le piantacce, perché cedere al loro lato adulto è pericoloso e dannoso.

Appaiono in seguito due figure fondamentali, che non vengono usate da Exupéry per veicolare il messaggio di riconciliarsi con il sé bambino, ma per approfondire due importanti temi. Il primo simbolo, la rosa, ci introduce al complicato mondo dell’amore. Il fiore e’ civettuolo e vanitoso, non si mostra se non al meglio di sé, fa di tutto per apparire perfetto. Si dice unico, facendo credere al bambino che in tutto l’universo non ci sia un fiore uguale a lui. Estremamente egocentrico, il fiore e’ in costante ricerca di attenzioni, di cure, di conferme, così come l’amore. La rosa viene protetta dal bambino come fosse un prezioso tesoro, la copre con una campana di vetro per proteggerla dal vento, tanto la considera delicata. Le sue spine, quattro in tutto, sono un vanto per lei: si dice invincibile, forte e fiera, pronta ad affrontare persino una tigre! Così il fiore si sente al sicuro, protetto da un pericolo che in realta’ non sussiste: di tigri, infatti, nel piccolo asteroide non ce ne sono, ma se così dovesse essere a nulla servirebbero quei piccoli artigli del fiore. Spesso ci si allontana dall’amore, fuggendo a gambe levate, per la paura che questo possa rappresentare una minaccia. Eppure, per godere delle gioie di questo nobile sentimento, bisogna accettarne le pene; scappare dall’amore vuol dire rinunciare a una bellissima e rischiosa avventura che tutti necessitano di vivere. Inizialmente il principino e’ troppo giovane per poter apprezzare sul serio il suo fiore, non condivide i suoi modi di fare, non sopporta il suo narcisismo; quando scopre il suo inganno, in un giardino in cui ci sono milioni di rose uguale alla sua, se ne rattrista, si arrabbia. A fargli cambiare idea sara’ proprio la volpe, che gli insegna cosa vuol dire creare un legame con qualcuno.

Addomesticare – così lo chiama lei – e’ un percorso lungo e faticoso. Bisogna guadagnarsi la fiducia dell’altro poco alla volta, avvicinandosi con passo lento ma costante. Così, gradualmente si crea un legame con l’altro, che subito diventa speciale ai nostri occhi. Fisicamente, forse, somigliera’ a un milione di altre persone, ma la sua anima sara’ per noi unica, perché ne conosceremo ogni meandro, ogni angolo buio, tutte le sfumature. Il Piccolo Principe apprende questo concetto, e capisce che la sua rosa – la persona che ama – e’ diversa da tutte le altre nel giardino, perche’ di lei ne intende l’anima. L’essenziale infatti e’ invisibile agli occhi, e cio’ che ci contraddistingue da tutti gli altri non e’ in superficie, ma dentro di noi. Al momento dei saluti la volpe è triste, perde il suo amico così prezioso. Eppure, pensa, ne è valsa la pena, perché una parte di lui vivrà sempre dentro di sé.

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