Vacanze Romane

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Se fossimo nati nell’Antica Roma, avremmo probabilmente avuto l’agenda colma di appuntamenti mondani e di feste.

Le cosiddette feriae, infatti, erano tantissime, almeno un centinaio, potevano essere pubbliche o private e essere stabilite in giorni fissi o in date variabili del calendario, come oggi avviene per la Pasqua cristiana.

Tra le piu’ note vi sono sicuramente i Saturnalia: si collocavano pressappoco nei giorni che precedono il solstizio d’inverno e le feste ad esso collegate, dal Natale al Capodanno. Si tratta, infatti, di un periodo di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che sta morendo e il nuovo che deve sorgere. La Chiesa ha trasformato questo periodo con la liturgia dell’Avvento, che consta di quattro domeniche, emblema dei 4.000 anni mitici di attesa del Messia dopo la Caduta originale.

Proprio nella liturgia cristiana, nell’ambito delle feste natalizie e di fine anno  riaffiora ancora oggi una sequenza di elementi frutto di una tradizione anteriore e pagana.

Per orientarci meglio in questi meandri, dove convivono residui mitici e rituali di epoche diverse, occorre cominciare innanzitutto dal calendario.

Il dodicesimo mese dell’anno, caratterizzato appunto dal periodo pre-solstiziale, si chiama dicembre, dal latino december, che deriva a sua volta da “decem” (dieci). Questa apparente contraddizione si spiega ricostruendo la storia del calendario romano che, prima della riforma di Numa Pompilio, constava di dieci mesi: l’anno infatti cominciava a marzo e terminava a dicembre.

I Saturnalia avevano inizio in quei giorni con ricchi banchetti e sacrifici. I partecipanti usavano scambiarsi dei biglietti di auguri, accompagnati da piccoli doni simbolici. Lo sfarzo era tale che nel 161 a.C. venne emanata la Lex Fannia, che fissava il limite di spesa per i pranzi organizzati in queste occasioni in 100 assi.

Ma la vera peculiarita’ dei Saturnalia, consisteva nel temporaneo sovvertimento dell’ordine sociale: in un mondo alla rovescia, gli schiavi potevano considerarsi uomini liberi e quindi comportarsi di conseguenza; tra loro veniva eletto ad estrazione un princeps – una sorta di caricatura della classe nobile, dotato per un giorno di pieni poteri.

Si trattava in sostanza di una festa molto vicina al nostro Carnevale.

Infatti il “princeps” solitamente esibiva una buffa maschera e abiti dai colori sgargianti, tra i quali spiccava il rosso (colore degli dei): poteva considerarsi la personificazione di una divinità infera, Saturno o Plutone, a guardia delle anime dei defunti e protettrice delle campagne e dei raccolti.

In epoca romana si credeva che queste divinita’, emerse dalle profondita’ del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioe’ la terra riposava in attesa del periodo della semina. Dovevano quindi essere compiaciute con doni e feste in loro onore per far si’ che facessero ritorno nell’aldila’, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.

 

Altre festivita’ dai risvolti interessanti sono i Lupercalia: si celebravano nel mese di Febbraio (dal 13 al 15), in onore del dio Fauno nella sua accezione di Luperco, cioe’ protettore del bestiame dall’attacco dei lupi.

Lupercalia

Tantissime teorie si sono sviluppate attorno alla funzione originaria dei Lupercalia. Secondo Plutarco si sarebbe trattato di riti purificatori, mentre in base ad un’altra ipotesi, avanzata da Dionisio di Alicarnasso, avrebbero ricordato il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte della lupa. Non a caso la festivita’ si svolgeva a meta’ febbraio, mese in cui i lupi affamati si spingevano spesso fino ai villaggi, minacciando le greggi.

Il rito aveva inizio nella grotta sacra ai piedi del Palatino, dove si narrava che il pastore Faustolo avesse trovato i gemelli Romolo e Remo allattati da una lupa: li’ sorgeva infatti il santuario di Luperco. Dopo che i sacerdoti luperci avevano sacrificato alcuni capri e un cane, due di loro, con la fronte bagnata del sangue e del grasso dei capri e vestiti delle pelli degli animali sacrificati, correvano attorno al Palatino. Durante la corsa, brandendo delle strisce ricavate dalla pelle dei capri e usate come verghe, i sacerdoti colpivano il suolo e le donne (in origine al ventre, più tardi sulle mani) per favorirne la feritilita’.

Nella seconda parte del rito, i sacerdoti erano al contempo capri e lupi: i primi (perche’ considerati animali molto fecondi) nel colpire con le verghe, lupi invece nel loro percorso intorno al Palatino.

I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani. In una lettera, papa Gelasio I (quindi negli anni fra il 492 e il 496) critica proprio il fatto che a Roma ancora si festeggiassero i Lupercalia, nonostante la religione di stato fosse da tempo quella cristiana.

L’ultima traccia di questa festivita’ risale infine ad un passato molto piu’ recente: per il primo anniversario della Marcia su Roma infatti vennero ripristinate le corse dei Lupercalia, come era gia’ avvenuto per altri elementi e simboli propri della tradizione romana, reinterpretati  alla luce dell’ideologia fascista.

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