Breve cronaca della prima foto del piu’ affascinante dei corpi celesti

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Una storia iniziata negli anni novanta, un’idea folle ritenuta senza speranza, una sfida tecnica, scientifica, umana realizzabile solo nella fantascienza: il progetto “Black Hole Camera” e il suo obbiettivo di donare all’umanita’ la prima immagine del corpo celeste, o meglio degli effetti nei suoi dintorni, noto a tutti come buco nero.

Teorizzati, se non “scoperti”, matematicamente nei primi decenni del 1900, a seguito della rivoluzionari teoria della relativita’, perfino lo stesso Albert Einstein si dichiarava scettico sulla loro reale esistenza al di fuori delle equazioni e della teoria, sia per l’ impossibilita’ di rivelarli all’epoca, sia per l’incredibilita’ di una loro reale possibile formazione naturale.

Mostri massicci milioni di volte in piu’ del nostro sole di dimensioni irrisorie in proporzione, l’attrazione gravitazionale da loro generata sarebbe tale da impedire perfino alla luce di uscirne. Come si poteva quindi ritenere vera la loro esistenza in un periodo in cui stava ancora perfino nascendo la consapevolezza che la Via Lattea non fosse l’universo ma solo una dei tanti ammassi di stelle in un universo ancora più sconfinato e addirittura in espansione.

L’avanzamento tecnologico pero’ tolse ogni dubbio: si rilevarono grandi addensamenti di stelle orbitare intorno a… nulla in realta’, punti nello spazio apparentemente “vuoti”, e in cui, secondo i calcoli, si sarebbe dovuta trovare una massa spropositata affinche’ quelle stelle mantenessero quelle orbite. Dunque un buco nero. O meglio cio’ che corrispondeva all’idea di buco nero, perche’ di lui non se ne puo’ avere traccia diretta se non attraverso gli effetti della sua stessa presenza.

Ma allora se la loro esistenza era gia’ stata comprovata, a che scopo lanciarsi in una sfida dalle premesse impossibili per recuperare la prova dell’esistenza di qualcosa gia’ “osservato”?

Ovviamente i soli motivi sentimentali e gloriosi del compimento di tale impresa non sarebbero stati sufficienti a convincere sia i contribuenti, sia i gestori alla cessione di moltissimi radiotelescopi sparsi nei centri di tutto il pianeta, lo scopo principale infatti era quello di mettere alla prova, se non verificare, le attuali teorie fisiche e le loro previsioni riguardanti tali oggetti. Un esempio puo’ essere la raccolta di possibili prove per la “metrica di Kerr”, una descrizione dei buchi neri rotanti puramente teorica, senza pero’ evidenze sperimentali.

Dunque, dopo aver cambiato il soggetto dall’iniziale buco nero supermassivo al centro della nostra galassia a quello centrale della galassia M87, decisamente piu’ massiccio, anche se piu’ distante, ci vollero ben dieci anni di progettazione per risolvere il principale problema: come riuscire ad osservare e distinguere un oggetto tanto piccolo e tanto distante per cui sarebbe necessario un telescopio di diecimila Km di dimensione?

Sarebbe stato come tentare di leggere un segnale stradale a New York… dall’Europa, e la costruzione di un tale apparecchio sarebbe stata assolutamente irrealizzabile.

Il progetto si evolse quindi in Event Horizon telescope e i ricercatori riuscirono ad ovviare al problema in modo geniale, utilizzarono la tecnica chiamata “interferometria a base molto ampia” che consistette nel coordinare le misurazioni di onde radio di numerosi radiotelescopi sparsi in tutto il pianeta, “simulando”il gigantesco telescopio. I determinatissimi ricercatori del progetto riuscirono a preparare tutta la rete di radiotelescopi, peculiare il caso della rete di radiotelescopi a risoluzione più alta Alma, localizzata nel deserto della Atacama in Cile, di cui ben 60 radiotelescopi distanti fra loro da modificare e far lavorare in coordinazione, bloccando momentaneamente numerose altre ricerche astronomiche: in seguito al rifiuto categorico del consorzio ci vollero altri sei anni di progettazione per mettere appunto un utilizzo di Alma senza un intervento talmente invasivo.

Nonostante le difficolta’, lavorando in sinergia con moltissime nazioni la raccolta dati fu realizzata con successo, insieme con la diffusione di un messaggio altamente positivo di cooperazione internazionale. Successivamente i cinque milioni di gigabyte di dati furono trasportati fisicamente su dischi rigidi da degli aerei, per essere analizzati e “purificati” da un programma, sviluppato per l’occasione da una ricercatrice giovanissima, in potenti supercomputer, notevole il contributo italiano nella loro progettazione. Infine riunendo insieme tutti i “pezzi” provenienti da tutti i vari telescopi, ottenuti in tempi diversi ma sincronizzati con orologi atomici tra i più precisi mai costruiti, si iniziarono le simulazioni delle possibili foto, catalogandole dalle piu’ improbabili alle piu’ probabili, fino ad arrivare al risultato pubblicato in conferenza stampa il 10 Aprile.

Termina qui questa breve cronaca dell’ennesima fantastica impossibile sfida vinta dall’umanità, ma il mondo dietro alla breve descrizione di questo articolo e’ sconfinato, si invitano quindi i lettori interessati ad effettuare i dovuti approfondimenti.

canali di divulgazione scientifica italiani:https://www.youtube.com/watch?v=w7iLoIDzHTM https://www.youtube.com/watch?v=_tsNykeF5Y8

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