Piccolo frasario della felicita’ familiare

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Nel semplice lessico quotidiano di nonno Vincenzo erano tipiche alcune espressioni squisitamente romanesche e non, che sollecitavano sempre genuine risate negli ascoltatori. Quando il destino, purtroppo, ci ha privati della sua goliardia e della sua infantile spensieratezza, un gran vuoto si e’ creato in tutti noi. Ancora oggi, a quasi 4 mesi dalla sua morte, ripenso a quei detti cosi’ modesti all’apparenza, che nascondevano, talvolta, delle storie di grande interesse. Per onorare il ricordo di Vincenzo e per eternare queste espressioni molto spesso dimenticate, ho deciso di raccogliere quelle che piu’ sono impresse nella mia memoria, spiegandone brevemente il significato – senza pretesa d’esaustivita’ – e tessendo il contesto in cui mio nonno le utilizzava. Nella puerile speranza che egli possa, da qualche parte, ridere di nuovo assieme a chi legge queste sue massime.

Che fijo de ‘na ballerina: accezione sicuramente meno volgare del notissimo “figlio di madre ignota”. Utilizzato soprattutto per descrivere persone non gradite, ma anche con tono scherzoso, quando noi nipoti combinavamo qualche marachella.

Ma roba da chiodi: variante di “roba da matti”. Storicamente veniva usato anche per indicare roba di pessima qualita’: i fabbri producevano i chiodi con gli scarti meno nobili del ferro. Quando Vincenzo veniva a sapere qualcosa che non gli andava a genio, era solito esclamare “ma roba da chiodi!”.

Lazzarone: il termine forse piu’ denso di storia di quelli che andro’ a citare. Utilizzato per indicare i giovani del ceto popolare napoletano del XVII-XIX secolo. Spesso indicante uno straccione, un individuo indolente e pigro. Trova la sua origine nella parola spagnola lazaros, che rimanda al Lazzaro evangelico, avvolto dagli stracci. Vincenzo utilizzava questo termine soprattutto per salutarmi, con quel sorriso giocoso che lo caratterizzava: “A Lazzarone! Come stai?”.

Te possino caricatte: esclamazione che sta per “che ti possano ammazzare”. Dietro una facciata violenta, si nasconde un significato piuttosto bonario. Vincenzo soleva usare questa esclamazione quando risentiva una persona dopo tanto tempo: “Che te possino caricatte!”.

Balordo: questo termine non e’ propriamente romano. Sta a designare qualcosa di stupido ed insensato. Mio nonno, invece, lo utilizzava per definire qualcosa di ingannevole, come ad esempio una fermata dell’autobus lontana o particolarmente… balorda, non saprei come altro definirla. “Nun c’anna’ lì. E’ un posto balordo”

Che te rode er chiccherone: tradotta molto liberamente ed innocentemente questa frase significherebbe “che ti prude il di dietro?”. Quando una persona e’ particolarmente irascibile senza buoni motivi per esserlo, le si chiede “Ma che te rode er chiccherone”. Ogni qualvolta noi nipoti rispondevamo male ad una domanda o una richiesta, ci veniva chiesto se avessimo prurito alle nostre terga.

Queste pochissime frasi sono solo una minima parte del meraviglioso panorama linguistico di nonno Vincenzo. Molti dei detti sono stati omessi, perche’ difficilmente si riescono a trovare dei significati: l’utilizzo e’ andato svanendo con il passare degli anni. In ogni caso, questo mio breve scritto non voleva assolutamente essere un compendio completo delle locuzioni romanesche, ma solo un pretesto per riportare alla mente momenti di serenita’ e spensieratezza di un tempo ormai andato, quando ancora non conoscevo il valore che tali espressioni avrebbero avuto nella mia quotidianita’, quando ancora mio nonno le pronunciava accanto a me.

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