Storie di confine

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Il muro corre per i pendii di una piccola collina, immergendosi nell’oceano. L’atmosfera tutt’intorno e’ quasi surreale: i turisti approfittano della gradevole giornata per passeggiare sulla battigia o scattare qualche foto al sole che si tuffa nell’acqua cristallina, qualche bagnante si sdraia all’ombra degli ombrelloni,  mentre i bambini si divertono giocando con la sabbia bagnata. Alla loro eta’ qualsiasi oggetto, qualsiasi luogo diventa un’occasione per divertirsi, e anche il muro che separa le citta’ di San Diego (USA) e Tijuana (Messico) non fa eccezione. Ignari della polizia, della politica, delle tante vittime che perdono la vita nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti, si piegano e s’infilano fra gli angusti spazi che dividono le colonne metalliche e attraversano gli squarci nelle reti per poi girarsi verso i loro genitori e sorridere. Una di loro e’ una bimba, 2 o 3 anni al massimo, che, coperta da una cappottino rosa e un cappellino dello stesso colore, si regge saldamente alla mano delle madre e lo attraversa. Altri giovani turisti invece si fermano e si mettono in posa per le fotografie, come una ragazza con i guanti blu che giunta dall’altro lato guarda in camera salutando. Qualche turista, piu’ pavido, si limita ad una fugace occhiata.

Cio’ che colpisce ancor di piu’ di queste immagini girate da Diego Bianchi, coautore del programma televisivo Propaganda Live, sono le frasi ed i disegni realizzati da attivisti, ma anche da persone comuni, che “decorano” il muro: immagini di arcobaleni, di farfalle, qualche scritta polemica contro l’attuale amministrazione, come “Love trumps hate” (l’amore trionfa sull’odio) ma soprattutto le croci in memoria delle numerose persone che hanno perso la vita cercando di attraversare quel limite cosi’ ben sorvegliato da sembrare invalicabile. Queste ultime sono le storie che spesso ritroviamo sulle pagine di cronaca dei giornali o nei notiziari televisivi, ma che desidereremmo non voler conoscere. Storie di persone che provano a oltrepassare quel confine, venendo pero’ localizzate dopo poche centinaia di metri. Storie di persone che non ci sono riuscite. Storie di persone morte alla ricerca di una vita migliore. Storie come quella di Yorlan, ragazzo di 24 anni originario del Nicaragua, che per ben 9 volte ha cercato di attraversare il muro ma che per altrettante e’ stato individuato dalla polizia e riportato dall’altro lato. Davanti alla telecamera racconta di essere fuggito dal suo paese un anno prima per raggiungere gli Stati Uniti, guadagnare e spedire dei soldi alla famiglia, dandole l’opportunita’ di raggiungerlo. Descrive la situazione del suo paese, in cui gli oppositori del governo, come suo padre, subiscono estorsioni e minacce e conduce per un’impervia stradina che affianca il muro i reporter per mostrargli il punto da lui prediletto per scavalcare, affermando che avrebbe riprovato a farlo quando sarebbe calata la foschia. Storie come quella di Oscar Alberto Martinez Ramirez e sua figlia di 23 mesi Valeria, portata alla luce dalla foto di Julia Le Duc. Ritrovati entrambi privi di vita, con il volto immerso nelle acque marroni di un fiume, sono morti nel tentativo di fuggire dal quartiere di Altavista, nella citta’ di Salvador (El Salvador), attanagliato dalle faide tra le gang più selvagge del Sudamerica. Storie come quella di Norma, che concentrata nella preparazione della carne per le tortillas risponde alle domande. Racconta della sua traversata di un mese e mezzo dall’Honduras al Messico passando per il Guatemala, con i due figli al seguito, fino ad arrivare al campo profughi di El Barretal. Le ragioni per cui ha deciso di spostarsi sono quelle di molti: la poverta’, la criminalita’, la mancanza di lavoro. Lei pero’ non ha intenzione di scavalcare il muro, ma solamente il sogno di aprire una piccola attività per vendere le pietanze da lei cucinate. Sorride mentre consegna del cibo a due ragazzi del campo.      

Non sarebbero sufficienti i caratteri che rimangono a disposizione per quest’articolo per narrare tutte le storie che s’intrecciano all’ombra del muro di Tijuana e soprattutto per discutere delle ragioni che costringono migliaia di persone ogni anno a spostarsi lungo il confine. Possiamo brevemente far riferimento alle continue tensioni politiche o alla pressione dei cartelli di narcotrafficanti. Abbiamo invece spazio sufficiente per soffermarci ancora una volta sulle storie di confine che abbiamo incrociato lungo questo percorso: storie di persone comuni munite solamente della speranza di poter raggiungere una vita migliore, che subiscono invece le scelte di una politica cieca dinanzi alla disperazione.

Nascondersi dietro ad un muro solitamente e’ un puerile espediente adottato sia da presidenti repubblicani che democratici per ignorare i propri doveri, la realta’ e la disperazione di migliaia di persone. E’ forse questo il compito della politica?

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