La torta

 -  - 


La persona seduta davanti a lei continuava a sbattere il piede per terra. Il suono era veloce e regolare. Solitamente si vantava di avere una grande pazienza, e dato il lavoro che faceva riteneva che quella fosse la qualita’ migliore su cui potesse fare affidamento, ma in quel momento sentiva che stava vacillando. Inspiro’ profondamente per calmarsi. Non poteva innervosirsi proprio in quel momento.

“Allora, signor Rossi, come si sente oggi?”

Quello era il terzo tentativo che la dottoressa Pirandi aveva compiuto per far cominciare la seduta, ma non si stupi’ che il suo paziente continuasse a preferire i due gattini che lottavano nel suo giardino al dialogo con lei.

“Signor Rossi, mi ascolta?” chiese ancora con tono affabile.

Doveva passare un po’ di tempo tra un richiamo e l’altro, cosi’ che il paziente non si sentisse soffocato dal suo terapeuta. Ce ne vollero altri due prima che il signor Rossi decise di voltarsi verso di lei, sorridere e chiederle gentilmente:

“Come ha detto scusi?”

“Le ho chiesto come si sente oggi”

“Bene, bene”

“Ottimo, allora si sente pronto per dirmi cosa ha fatto ieri?”

Lo vide esitare per un attimo, come se ci fosse una voce dentro di lui che non voleva assolutamente raccontare la verita’, che lo invitava a sorvolare sulla giornata precedente e dirottare il discorso su un qualsiasi altro tema. Lo si poteva intuire dal modo con cui si aggrappava alla poltrona, stringendo energicamente il bracciolo fino quasi a conficcare le unghie nel tessuto, lo si percepiva dalla fronte aggrottata e dai piccoli morsi con cui si stava graffiando il labbro inferiore. Era colmo di rabbia. Forse di dolore. Non riusciva a capirlo. Forse neanche lui sapeva cosa provava. Poi d’improvviso si rassereno’. Ogni cenno di preoccupazione, di ansia, dal piu’ insignificante al piu’ evidente, cesso’. Anche il piede smise di sbattere in terra.

“Ieri e’ stata una giornata favolosa” disse con un sorriso che gli illuminava il volto “il Sole era perfetto per la gita che avevamo programmato da qualche settimana a questa parte per il compleanno di Giacomo. Doveva vedere quanto era felice Margherita di poter trascorrere il compleanno di suo figlio in campagna, finalmente all’aperto dopo una settimana nell’ufficio. Quando siamo arrivati sul posto ci siamo messi a preparare l’occorrente per la brace. Gli amici continuavano ad arrivare a mano a mano che la giornata procedeva e i bambini iniziavano a organizzare piccole partite a calcio. Il prato per loro era enorme e dottoressa, mi creda, doveva vederli correre avanti e indietro.”

“Immagino”

“No le giuro si sono fermati solamente per pranzare con i panini che io e qualche altro papa’ ci siamo messi a preparare li’ per li’, ma poi hanno passato un intero pomeriggio a giocare. L’apice l’abbiamo forse raggiunto la sera. Sia noi genitori che i bambini ci siamo sdraiati sul prato e abbiamo iniziare a guardare le stelle cadenti. Giacomo si mise tra me e Margherita continuando ad indicarle. Da piccolo la prima volta che le vide chiese cosa fossero. Gli raccontai che il giorno del suo compleanno, la notte di San Lorenzo, tutto l’universo era in festa e su tutti i pianeti lo celebravano con i fuochi d’artificio. Solo i piu’ belli pero’ arrivavano sulla Terra, sotto forma di stelle cadenti. Giacomo le adora le storie che invento per lui, sia quelle per farlo addormentare che quelle che utilizzo per spiegargli le cose che lui non conosce. “

Era quasi commuovente sentirlo raccontare quei buffi aneddoti sulla sua famiglia. Si erano seduti molti casi come il suo su quella poltrona, e tutti si comportavano più o meno allo stesso modo. In lui pero’ c’era qualcosa che l’affascinava. Quella tenacia, quell’ostinazione nel volersi aggrappare disperatamente alla normalita’ della sua vita quotidiana. Tanti si lasciavano andare a pianti disperati, alcuni invece si rifiutavano completamente di parlare. Lui non faceva ne’ l’uno ne’ l’altro. Di fronte a quel comportamento lei, nonostante la sua esperienza, non sapeva affatto come reagire: non sapeva se lasciare che i ricordi e i pensieri del paziente prendessero il sopravvento oppure interrompere quel flusso di parole. Era come una qualsiasi studentessa di primo anno che di fronte al foglio dell’esame non riusciva a pensare alla risposta, nonostante avesse studiato per tutto il mese precedente. Era impotente.

“… e vede dottoressa la nostra casa al mare ha bisogno di molte ristrutturazioni e quindi spesso accade che trascorriamo qualche weekend li’ per essere presenti quando ci sono i lavori e non e’ sempre facile conciliare i miei impegni di lavoro con queste esigenze e quindi finisce sempre con Margherita che mi “sgrida” per essere sempre troppo preso dal lavoro e io che sono obbligato a risponderle difendendomi e …”

“Si fermi, aspetti un attimo” disse con il tono piu’ gentile di cui era capace.

Lui la guardo’ sorpreso.

“Dove sono ora suo figlio e sua moglie?”

“A casa. Probabilmente Margherita ora stara’ preparando il pranzo e Giacomo … beh lui ovviamente stara’ giocando con i nuovi …”

“Non e’ vero”

“Cosa?”

“Non e’ vero”

“Ma si’ le dico che e’ vero invece”

“No, non lo e’. Lei lo sa” disse calma, con un sorriso.

Ci fu un intenso momento in cui entrambi si guardarono negli occhi. Nessuno dei due sapeva realmente quanto fosse durato. Ma alla fine lui sprofondo’ nella poltrona, chinando il capo.

“Ha ragione” disse sconfortato “non sono a casa”

Tratteneva le lacrime.

“Ieri pioveva. Il cimitero era vuoto, ero solo. Mi sono seduto per terra, sul cemento freddo, con l’ombrello in mano. Le ho guardate entrambe, le foto intendo. Erano così felici. Entrambi. Sia Margherita che Giacomo. Ho aperto la confezione con la torta. Cioccolato e panna, la loro preferita. E’ stato difficoltoso tagliare le fette evitando che si bagnassero, ma in qualche modo ci sono riuscito. Le ho messe nei piattini e le ho appoggiate davanti alle due iscrizioni con i loro nomi. A quella di Margherita ho tolto anche quelle guarnizioni a forma di fiori che mettono i pasticceri. Non le piacevano. Le trovava troppo… troppo…”

“Morbide?”

“Insapori. A Giacomo piacevano invece.” gli scappo’ un sorriso “A lui ho dato sia la mia che quella della madre. Poi da oggi lo mettiamo a dieta, ma ieri era il suo compleanno e poteva esagerare un pochino.”

Continuo’ a parlare al presente di entrambi per una mezz’ora abbondante. Parlo’ anche dei progetti futuri: le gare di nuoto che Giacomo voleva assolutamente vincere, la cucina nuova di Margherita, i vari viaggi che stavano organizzando a Parigi e poi a Londra. Infine se ne accorse. Aveva ricominciato. Pianse a dirotto.

“Lo so e’ stupido. Lo so rifugiarsi in queste fantasie cosi’ come ignorare l’in … l’in …” non riusciva a pronunciare la parola, e pianse “lo so e’ stupido, ma a me quella torta serve terribilmente, non può immaginare cosa significhi per me.” un momento di pausa “Erano andati a comprarla. Insieme. Come tutti gli anni. Il giorno del suo compleanno andavano sempre insieme. Dicevano che io non avevo un buon palato e quindi dovevo rimanere a casa per ultimare i preparativi per la festa. Io li … io li … li assecondavo perche’ era il loro piccolo rito, era il loro momento quello che trascorrevano in pasticceria per scegliere la torta migliore, anche se poi finivano per scegliere sempre la stessa” un altro sorriso, poi torno’ serio “La macchina a quanto pare e’ sbucata da una stradina secondaria a tutta velocita’. Credo che neanche abbiano fatto in tempo ad accorgersene. Per certi versi e’ anche meglio cosi’. Lo so che e’ una cosa stupida, dottoressa, ma quella torta era la loro torta. Io ieri avevo bisogno di andare li’, parlare ancora con loro. Raccontargli di me, di come a volte non riesco a scendere dal letto, di come a stento riesca a uscire di casa, solo per andare a fare la spesa e poche altre cose, di come non riesca a fare niente senza che mi tornino in mente. Non riesco ad andare avanti. Avevo bisogno di qualcuno con cui confidarmi. O forse no. Forse volevo solo provare a festeggiare un’altra volta con loro il compleanno di Giacomo. Sono rimasto lì fino a sera. Non avevo freddo. Ho raccontato ad entrambi cosi’ tante nuove storie sulle stelle cadenti. Volevo provare a riportare tutto a prima di quell’incidente. Ci provo sempre. Racconto sempre a tutti che Margherita a lavoro ha molti problemi e che assolutamente un giorno o l’altro la devo portare in vacanza, ma la verita’ e’ che non riesco a superare quell’attimo in cui ho scoperto quello che era successo. E allora faccio quello che mi riesce meglio: invento storie. Quando ceno parlo con loro, faccio finta di ascoltare i loro problemi che io stesso invento, solo per poter rivivere quei momenti. Lo so e’ stupido. Lo so e’ sbagliato. Ma sapesse che conforto si trova nella menzogna…”

Era rimasta ad ascoltarlo rapita. Non le era mai capitato un paziente che fosse in grado di inventare intere conversazioni con le persone che aveva oramai perso. Era rimasta strabiliata fin dal primo incontro dalla fantasia di quell’uomo e dal suo folle modo di affrontare il lutto. Ma ora, avendo ascoltato la sua storia finalmente per intero, non si sentiva piu’ insicura. Non sapeva perche’, non sapeva come, ma aveva la convinzione di aver trovato la risposta alla domanda dell’esame.

Quella sera la dottoressa avrebbe fatto tardi. Lei ed un gruppo di suoi amici si erano organizzati per andare a vedere le stelle cadenti la notte di San Lorenzo, e sperava di poter dormire un po’ di piu’ quella mattina. Ma qualcuno aveva bussato presto, e cosi’ lei si dovette alzare e andare ad aprire al piano di sotto. Apri’ la porta ma non trovo’ nessuno. Lo sguardo le cadde accidentalmente verso il basso. Un piatto di plastica azzurro con una forchettina e una fetta di torta. Sorrise. La foto che era li’ vicino mostrava un uomo con i capelli ben pettinati e un maglione grigio, abbracciato a una donna con gli occhi azzurri della stessa eta’ all’incirca. Dietro una sola parola: “GRAZIE”. Assaggio’ la torta. Panna e cioccolato.

comments icon 0 commenti
0 notes
31 visite
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *