Tango letale – Capitolo I

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I

Nella sala calo’ il silenzio. Il giudice rimase con le braccia sospese in aria, congelato nell’atto di consegnare il trofeo ai vincitori. La platea era ammutolita, in bilico tra lo sbigottimento e la speranza di aver interpretato male i gesti del medico. Morti. La vita era fuggita dai corpi pallidi dei due giovani ballerini. Era una delle coppie finaliste, si era brillantemente distinta in tutte la fasi di quella competitiva gara di Tango. Due ragazzi di talento, cresciuti in un umile quartiere di periferia, che avevano sudato e investito tutti gli scarni guadagni delle famiglie per pagarsi le lezioni di danza. Il torneo sarebbe dovuta essere la loro occasione per iniziare una nuova vita insieme: la vincita e una bella somma di denaro avrebbe permesso alla coppia un dignitoso matrimonio, nonche’ una casa propria e la possibilita’ di accedere a tornei di prestigio ancora superiore. Chissa’, magari un giorno sarebbero arrivati ai mondiali. Invece eccoli la’, coperti da un telo nero, alle spalle di alcuni sconsolati paramedici che riponevano cupi i defibrillatori nella cassetta. Un fastidioso malessere, iniziato alle prime battute dell’ultima fase, aveva costretto i due, tra le lacrime di lei e l’espressione amareggiata ma rassicurante del loro allenatore, a ritirarsi. Poco dopo si dovette chiamare un’ambulanza, ma al suo arrivo… Era tutto un urlo di Munch strozzato nelle gole dei presenti. Fu l’allenatore a dare la notizia ai familiari. Due famiglie distrutte. Rimarra’ indelebile nella sua mente il ricordo della madre del ragazzo accasciata sull’uscio della porta in un bagno di lacrime, e degli occhi vitrei del padre della compagna, che al posto dei sorrisi scintillanti dei due giovani, venuti a dargli la notizia per la vittoria, aveva sugli iridi il riflesso del suo vecchio fucile da caccia. L’allenatore si mise una mano fra i capelli e si accese una sigaretta. Le sue gambe penzolavano da un muretto, davanti a lui la citta’ si estendeva sterminata, luminosa per le luci delle case e delle strade e incurante di quanto di oscuro accadeva nel suo grembo. L’uomo si asciugava le lacrime tra una tirata e l’altra. Si sforzava di non dare sfogo ai suoi sentimenti ma continuava a ripensare alle lezioni nella scuola di danza, a quelle sue creature, tanto imbranate all’inizio ma tanto determinate. Come l’anatroccolo diventa un elegante e splendido cigno, i loro passi si evolvevano di giorno in giorno, di nota in nota. Quando arrivo’ il carabiniere lo trovarono riverso a terra con il volto madido, quasi luccicante per le lacrime. Omicidio. Veleno. Le due parole rimbalzavano nella mente del povero allenatore fino a fargli pulsare la testa. Mentre veniva accompagnato in commissariato tutta l’energia usata per rievocare i ricordi dei due giovani veniva convogliata nella ricerca di un possibile colpevole, di una qualche informazione che sarebbe potuta risultare utile agli investigatori. Nel frattempo, alla polizia, il commissario Aldo, un panzone bonario con molti anni di esperienza alle spalle, si accingeva a illustrare nei minimi dettagli al suo vice tutta la bonta’ delle nuove ciambelle che aveva recentemente acquistato nella pasticceria appena aperta vicino casa sua. “Commissario, sara’ qui a momenti insieme ai familiari dei due ragazzi.” “Vedi Rodi, la forma armoniosa e perfetta di queste ciambelle stimola il palato e la salivazione. La consistenza e’ al punto tale che non si sciolgono in bocca ma che nemmeno bisogna fare sforzo con i denti per masticarle. E poi la glassa. La glassa Rodi! Ha un non so che di di-vi-no! Crema? No, caffe’… Forse entrambi, crema al caffa’, dovresti proprio assa…” “Commissario!” lo interruppe bruscamente il braccio destro di Aldo. “Un duplice omicidio premeditato accade davanti a migliaia di testimoni, tra presenti e spettatori alla gara in TV, noi non abbiamo uno straccio di pista e lei che fa? Pensa alle ciambelle! Provi almeno a pensare a qualcosa per non mostrarci totalmente al buio davanti ai familiari delle vittime!” Aldo non sembro’ affatto felice del tono del suo vice: “Rodi, chi ti ha detto che e’ stato un omicidio premeditato?” Affermo’ quasi rimproverandolo. “Poi vedi” continuo’ Aldo: “ Non vedo proprio perche’ dovrei agitarmi tanto come fai tu. Adesso arrivano i familiari e l’allenatore dei due poveri giovani, un paio di domande e poi a pranzo. Con la pancia piena potremo dedicarci alla risoluzione del caso. E per la cronaca sei tu che non avrai uno straccio di pista. Inizia a parlare per te e muoviti a provare una di queste prima che io cambi idea.” Il commissario sventolava la scatola delle ciambelle sotto il naso di Rodi, ma questi rifiuto’ e riprese: “Commissario.” “Che c’e’ Rodi.” “Commissario, questo non e’ il solito omicidio verso dei vecchi ricconi decrepiti. O il solito furto organizzato, o l’ennesima scaramuccia tra le bande della citta’. Sono state completamente distrutte due famiglie… Poi due giovani talentuosi e determinati come loro; si stavano anche per sposare commissario. Il minimo che possiamo fare e’ spedire all’ergastolo quell’errore della natura d’un assassino.” “Rodi li conoscevi?” “Si’ commissario.” “Rodi, tutto cio’ con cui abbiamo a che fare noi ha la distruzione sulle spalle. Purtroppo noi siamo alla piu’ dei curatori. Agiamo dove e’ stato fatto del male, non e’ sempre facile, infatti, prevenire che questo accada. Ormai quei ragazzi sono morti. Ormai tanti ne ho visti… E’ vendetta quella che vuoi portare a quei due giovani?” “Giustizia commissario, giustizia.” “Bene. E allora chiudi quella bocca e impegnala a masticare questa ciambella, così stai zitto e mi lasci pensare in pace. Non sto prendendo il caso seriamente, ma dai! Come se in quarant’anni di carriera ci fosse stato anche solo un crimine che io non abbia risolto.” “Ci sarebbe il caso Manchetti, che e’ stato chiuso decretando la sua morte un suicidio.” Una strana luce si accese negli occhi del commissario: “Rodi, chi ti ha detto che il caso e’ stato chiuso?” Il collega fece per ribattere quando la porta della stanza si apri’.

15 ottobre prossimo capitolo! 
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