Non abbiamo amici, se non le montagne

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Cronache dell’invasione turca in Siria

“Non abbiamo amici se non le montagne” e’ un vecchio proverbio che tramanda la storia del popolo curdo, costellata di tradimenti e violente repressioni. Per comprendere a pieno la situazione attuale, occorre fare un passo indietro.

Innanzitutto i curdi rappresentano il quarto gruppo etnico piu’ grande del Medio Oriente, quasi quaranta milioni di persone, a maggioranza musulmana sunnita, dislocate su un territorio montuoso (l’altopiano del Kurdistan) che tocca quattro diversi Paesi: la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran.

Un popolo senza Stato – Le aspirazioni autonomistiche dei curdi risalgono gia’ alla prima meta’ del secolo scorso. A conclusione della Grande Guerra, la sconfitta dell’Impero ottomano sembro’ aprire uno spiraglio alla nascita di uno Stato curdo indipendente. Tuttavia, nonostante il Trattato di Sevres del 1920 ne prevedesse la creazione, con il successivo Trattato di Losanna le grandi potenze infransero le promesse fatte, limitandosi a delineare i confini della moderna Turchia: questo fu solo il primo dei numerosi tentativi di indipendenza falliti o soffocati nel sangue.

Contro l’Isis – Eppure dal 2014 a contrastare l’offensiva dell’Isis furono proprio le milizie curde. Mentre l’esercito turco ripiegava disastrosamente, gli Usa si ponevano a capo di una coalizione internazionale per organizzare un intervento armato contro lo Stato Islamico. Nessun Paese partecipante pero’ aveva la minima intenzione di schierare i propri uomini e cosi’ oltre ai raid aerei, le truppe curdo-siriane divennero l’unica arma contro l’avanzata dell’Isis.

Tra il 2015 e il 2017 i guerriglieri curdi con il supporto degli Stati Uniti riuscirono a riprendersi i territori perduti e a rafforzare il controllo sul Rojava (il cosiddetto Kurdistan siriano) con una serie di vittorie, tra cui la riconquista di Raqqa, capitale dell’autoproclamato Califfato di al-Baghdadi.

Erdogan e le Ypg – le Ypg sono le unita’ militari di protezione popolare stanziate sul territorio governato dai curdi e costituiscono la frangia siriana del Pkk (un gruppo separatista curdo attivo in Turchia) e per questo considerate alla stregua di compagini terroristiche dal Presidente turco Erdogan, il quale aveva gia’ attivato in pochi anni ben due campagne militari con l’obiettivo di strappare lembi di terra alle forze curde: le operazioni “Scudo dell’Eufrate” e  “Ramoscello d’ulivo” .

La decisione di Trump – Da quel momento in poi la situazione sembrava essersi stabilizzata: i territori a ovest del fiume Eufrate erano rimasti sotto l’egida della Turchia, quelli a est in mano ai combattenti curdi.  Il 7 Agosto Trump ed Erdogan erano giunti ad un accordo per creare una “safe zone”, una zona cuscinetto tra Turchia e Siria per separare i contingenti curdi da quelli turchi. Una settimana fa, invece, Washington ha disposto il ritiro dei soldati americani dalla Siria settentrionale, scelta che ha rappresentato un vero e proprio via libera alla mobilitazione militare della Turchia.

L’offensiva di Erdogan non si e’ fatta attendere e anzi, prosegue, mentre aumenta di ora in ora il bilancio delle vittime. Secondo quanto riportato dall’Onu, sarebbero almeno 100.000 le persone in fuga al momento. Chi in moto, chi in auto, chi semplicemente a piedi: in massa stanno lasciando le proprie case nel nordest della Siria per sfuggire ai bombardamenti.

Siria
AP PHOTO/BADERKHAN AHMAD

Inoltre Ankara si muove anche sul fronte interno reprimendo i dissensi: si contano, infatti, 121 arresti per post critici sui social network e almeno 500 persone sotto inchiesta per “propaganda terroristica”.

Il punto di vista dell’Occidente – La questione curda ha raccolto un ampio consenso presso l’opinione pubblica occidentale, non solo per l’indispensabile contributo delle Ypg nella lotta contro l’Isis, ma anche per l’identita’ e l’impronta politico-sociale date al Rojava, che ha adottato una Costituzione democratica, pluralista e liberale in cui trovano spazio tematiche all’avanguardia come la parita’ di genere, la cura dell’ambiente e il principio di sussidiarieta’ nell’amministrazione del territorio.

In prima linea nella guerra contro il Daesh, le donne curde sono tra le piu’ libere del Medio Oriente: esistono infatti delle milizie curdo-siriane composte interamente da donne, come l’Ypj (l’unita’ di protezione delle donne), che combattono a capo scoperto contro gli estremisti islamici.

Per tali ragioni, agli occhi dei curdi siriani la decisione del governo americano di ritirare le truppe e la sostanziale inerzia dell’Unione Europea rappresentano l’ennesimo tradimento ai danni di un alleato sempre troppo piccolo e scomodo. Nonostante le corali dichiarazioni di condanna, infatti, una netta presa di posizione da parte delle potenze occidentali, con il rischio di scatenare una crisi irreparabile con la Turchia (che ha gia’ minacciato di far riversare 3,6 milioni di migranti in Europa), non appare semplice.

Possibili sanzioni – Mentre il Consiglio di Sicurezza discute sulla redazione di una dichiarazione unanime di condanna dell’iniziativa turca, si moltiplicano le voci nell’UE che richiedono delle sanzioni effettive;

a seguito della sospensione della vendita di armi alla Turchia ad opera dell’Olanda e della Germania, fa eco anche la Svezia che invoca l’embargo in Parlamento.

La cancelliera tedesca, in una telefonata avuta con il leader turco, ha chiesto l’immediata fine dell’operazione militare e lo stesso Trump ha lanciato un monito circa le pesanti sanzioni in cui potrebbe incorrere la Turchia se non dovesse rispettare le norme internazionali.

Secondo Angela Merkel e Emmanuel Macron la situazione rischia di creare un’emergenza umanitaria e di favorire una nuova ascesa dello Stato Islamico.

L’Italia, dal canto suo, dovrebbe limitarsi ad applicare la legge 185 del 1990, la quale vieta la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto armato, principio postulato successivamente anche dalla Posizione comune europea del 2008 e dal Trattato Onu sul commercio di armi sottoscritto dall’Italia nel 2013.

Basterebbe l’auspicato intervento del governo.

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