Tango letale – Capitolo II

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Capitolo II del racconto Tango Letale

“Lo prenderete commissario Aldo?” I genitori della coppia lo guardavano con occhi speranzosi.

“Puo’ starne certa signora.” Rispose congedandoli.

Rodi si ruotava nervosamente sulla sedia vicino alla scrivania di Aldo.

Il commissario intanto guardava dalla finestra i colleghi accompagnare le due famiglie delle vittime alle loro macchine.

“Commissario allora da dove iniziamo? Dalla solita Gricia o oggi ha voglia di Carbonara? In che ristorante eh?” chiese ironico Rodi.

“Io vado per una bella Norma oggi. Invece tu, che sei tanto energetico, vai e mi raccogli ogni minimo dettaglio su quella gara di ballo. In cosa consiste il Tango, abiti, giuria, passi, premio, organizzazione, tutto. Sia su quel ballo sia su quella gara.”

Rodi sembro’ soddisfatto da quell’affermazione: “Pasta alla norma.” Penso’.

Si, il commissario sapeva come muoversi e cosa fare.

Annui’ con un cenno, prese la giacca e usci’.

Durante il colloquio al commissariato l’allenatore non descrisse approfonditamente la gara. Era troppo impegnato a speculare su possibili moventi e tipi sospetti. Rodi decise di riparlare subito con lui.

Riusci’ a raggiungerlo prima che prendesse posto nella macchina del poliziotto da cui era stato accompagnato precedentemente. Saluto’ il collega e sali’ al suo posto nella volante.

L’allenatore rispose in maniera esaustiva a tutte le domande del vice-commissario e anzi, una volta arrivati, lo invito’ ad entrare a casa sua per un caffe’, scusandosi di non aver fornito tutte quelle preziose informazioni direttamente negli uffici della polizia.

Rodi ringrazio’ l’uomo, ribadendo che, con lui e Aldo, l’assassino avrebbe avuto i giorni contati e i due ballerini avrebbero ottenuto giustizia. Gli disse anche che conosceva la coppia, erano stati preziosi testimoni di un furto avvenuto nella loro zona. Due ragazzi d’oro. Bevve il caffe’ ed uscì.

Riusci’ a ritrovare il commissario solo un’ora piu’ tardi, seduto ad un tavolo del suo ristorante preferito, mentre giocava a carte con Mario, il cuoco.

Il ristorante “M per Mario, Me per me piace la pasta”, era un piccolo edificio sconosciuto ai turisti e amato dai locali. Quasi nascosto in un vicolo, lo si poteva pero’ riconoscere dalla facciata in muratura verde e dalla grossa insegna rosso sugo che penzolava incessantemente sopra la lavagnetta con su scritto il menu’ del giorno.

Su un tavolo al suo interno due piatti ormai vuoti giacevano accanto al mazzo di carte, sostituiti da un paio di tazzine fumanti.

Mario aveva ancora il cappello in testa, da cui facevano capolino dei piccoli, brizzolati, ricci ribelli, si accarezzava il mento barbuto mentre studiava concentrato le carte.

Aldo lo guardava soddisfatto, convinto di avere gia’ la partita in pugno, pregustava il sapore dell’abbacchio che aveva scommesso con il cuoco per il pranzo del giorno dopo. Nessuno dei due notò Rodi. Almeno finche’ questo non si mise a sbraitare:

“Commissario! E’ da piu’ di un’ora che la cerco! Ma perche’ non e’ tornato in ufficio! Dobbiamo iniziare le indagini, ho raccolto tutte le informazioni che mi aveva chiesto!”

“Un’ora! Uno, ma certo! Grazie Rodi! Beccati questa Aldo, inizio con l’asso qua, donna li’ e il quattro di picche su quella… Mi devi un abbacchio caro mio, facciamo Lunedi’ sera da te che il ristorante e’ chiuso?”

Aldo pianto’ due occhi di fuoco sul suo vice e lanciando le carte sul tavolo esclamo’:

“C’ero quasi riuscito! Per una volta avrei battuto questo scolapasta da quattro soldi, ma tu dovevi rovinare tutto! Con queste indagini, sempre di fretta, perche’ non sono in ufficio… Io non ci vado mai in ufficio dopo l’ora di pranzo! Sono dieci anni che lavoriamo insieme e ancora non te lo ricordi!

Io, poi, ho gia’ due potenziali colpevoli, il movente e forse so anche come li hanno avvelenati. Ora siediti, e con calma dimmi comunque cosa hai trovato su questa gara.”

Rodi resto’ a contemplare imbambolato il volto di Aldo, ormai doveva esserci abituato. Sia a quei rimproveri, sia al fatto che il commissario riusciva a ricostruire ogni caso restandosene fermo a mangiare in ristoranti, bar e pasticcerie.

Non gli serviva conoscere tutti i coinvolti, non si recava praticamente mai sulla scena del delitto, gli chiedeva sempre solo alcune semplici informazioni che servivano solo a confermare le sue supposizioni. Aveva davanti la personificazione di Sherlock Holmes formato ciambella.

Rodi si sedette in silenzio, accompagnato dai risolini del cuoco e dalle occhiatacce di Aldo, inizio’ a parlare solo ad un cenno del commissario, che arrivo’ ovviamente dopo la sua veloce consumazione della tazzina di caffe’, (cinque minuti passati ad annusare il liquido e altri cinque a gustarne il sapore), e la posticipazione del giorno in cui avrebbe ospitato Mario per cena.

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