Regno Unito – Brexit? Cosa sta succedendo

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“Non e’ sempre stata un’esperienza facile per il Regno Unito. E’ stata lunga, e’ stata dolorosa, e’ stata divisiva.”

Cosi’ Boris Johnson, Primo Ministro britannico, ha descritto il lungo e accidentato percorso che il suo paese ha dovuto realizzare per arrivare ad un accordo sulla Brexit che soddisfacesse le richieste dell’Unione Europea. Ma la vicenda sembra lontana dalla conclusione, continuando ad assumere i contorni di un romanzo giallo, pieno di colpi di scena, problematiche ed interessi che s’intrecciano in un’unica fitta trama.

La clausola backstop Tutto ha inizio la sera del 23 giugno del 2016, quando contro ogni pronostico ed ogni sondaggio il fronte del “Leave” riesce a vincere il referendum con il risultato del 51,9%. A seguito della sconfitta il primo ministro David Cameron rassegna le dimissioni ed il mandato viene affidato alla leader del partito conservatore Theresa May, seconda donna dopo Margaret Thatcher a ricoprire quell’incarico. Il nuovo primo ministro riesce a raggiungere un accordo con gli intermediari europei, ma non a convincere pienamente il Parlamento del Regno Unito. Il punto di maggior conflitto e’ la “clausola backstop”, la quale prevede la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale e delle regole speciali per l’Irlanda del Nord. Le critiche mosse dai sostenitori della “Hard Brexit” nei confronti di questa soluzione sono principalmente due:

  • La clausola legherebbe in maniera eccessivamente vincolante il Paese all’Unione Europea, potendo essere rescissa solo con il consenso di entrambi, e questo non consentirebbe una vera e propria Brexit;
  • E’ prevista, secondo questo accordo, una maggiore integrazione dell’Irlanda del Nord nel mercato europeo rispetto alle altre nazioni del Regno Unito. Cio’ ha scatenato non solo il malcontento degli scozzesi dell’SNP, che hanno minacciato una scissione dal Regno in caso di approvazione della clausola, ma anche i timori del partito unionista irlandese, che vedono in questa clausola il primo passo per la separazione della provincia dal Regno. 

Le dimissioni di Theresa May il 24 luglio 2019, a seguito delle tre bocciature dell’accordo da parte del Parlamento, sono inevitabili.

Brexit whatever it takes – Boris Johnson, successore di Theresa May, nel suo primo discorso e’ subito chiaro su quelle che sono le sue intenzioni: il 31 Ottobre il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, con o senza accordo.  I negoziati con gli intermediari europei non cessano e nel frattempo suscita un’enorme scalpore la richiesta avanzata dal premier alla Regina Elisabetta: la sospensione dei lavori del Parlamento fino al 14 Ottobre, col fine di evitare l’approvazione di una legge che impedisca il No-Deal, ovvero l’uscita senza accordo. “Un oltraggio alla Costituzione”, lo definisce il portavoce della Camera dei Comuni John Bercow. Nel frattempo Johnson deve prendere atto delle dimissioni della leader conservatrice scozzese Ruth Davidson e del capogruppo alla Camera dei Lord George Young, entrambe in aperta polemica nei confronti della richiesta del premier, mentre la petizione contro la sospensione supera il milione di firme. La proposta del Primo Ministro verra’ dichiarata non legale dalla Corte Suprema il 24 settembre, con verdetto unanime. La data del 31 Ottobre, nel frattempo, si avvicina sempre di piu’ e la necessita’ di trovare un’intesa diventa sempre piu’ pressante.

L’annuncio dell’accordo viene dato in una conferenza stampa congiunta da Boris Johnson e Jean-Claude Juncker giovedi’ 17 Ottobre, ma l’entusiasmo del Premier britannico viene subito frenato da molti esponenti del partito nazionalista scozzese, i liberal-democratici ed il partito dei Laburisti.  Il voto decisivo e’ fissato per sabato 19 Ottobre.

L’emendamento Lewith –  Le strade di Londra si colorano del blu della bandiera europea. E’ il giorno del voto e sono all’incirca un milione, stando agli organizzatori, le persone che marciano per protestare contro la Brexit. “Il Regno Unito ha cambiato idea, vogliamo un altro referendum” e’ scritto sugli striscioni di molti. Nel frattempo i lavori dell’aula vengono sconvolti dall’ultimo colpo di scena: l’emendamento Lewith, dal nome del primo firmatario Sir Oliver Lewith, proposto con l’intenzione di scongiurare un’eventuale uscita senza accordo. Se verra’ approvato dal Parlamento, Boris Johnson sara’ costretto a chiedere un ulteriore rinvio alla Commissione Europea. La discussione in Parlamento e’ lunga ed animata, ma alla fine, con il risultato di 322 voti a favore e 306 contrari, l’emendamento viene approvato, grazie in particolare al partito degli unionisti nord irlandesi. Il premier, pur non condividendo, e’ costretto a chiedere al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk un’ulteriore proroga fino alle 23 del 31 gennaio 2020.

Molte sono ancora le incognite, molti i contrasti fra i diversi partiti, con i leader dell’opposizione che propongono un nuovo referendum e criticano aspramente la seconda lettera inviata dall’esecutivo britannico al Consiglio europeo per esprimere la propria contrarieta’ nei confronti della proroga. Non sappiamo come evolvera’ la vicenda Brexit, forse la piu’ controversa degli ultimi anni, se realmente si trattera’ di un’uscita senza accordo oppure se un’intesa verra’ trovata.

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