Ricordi

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Un lampo abbagliante squarcio’ il cielo cupo sopra di lei. Distesa nel buio respirava l’odore della terra bagnata. Voci confuse risuonavano in lontananza.  

Apri’ gli occhi. Vide il suo bicchiere vuoto, con ancora un po’ dello scotch che aveva bevuto la sera precedente. A svegliarla era forse stato il clacson di un taxi, o la sirena di un’ambulanza. Non sapeva. Non era la prima volta che si addormentava con la testa sulla scrivania, assumendo quell’innaturale posizione che le provocava mal di schiena strazianti. Continuava a riproporsi di cambiare poltrona appena possibile, ma era un pensiero passeggero, che sopraggiungeva solo quando i dolori la costringevano a stendersi immobile, fissando il soffitto. Provo’ ad alzarsi, ma non ci riusci’. Rimase a guardare i fogli stropicciati che si erano accumulati la sera precedente, alcuni strappati, altri accartocciati. Era pieno di scritte confuse, cancellature e correzioni che si accavallavano, testimonianza della tormentata serata che aveva trascorso. Nel vano tentativo di ignorare quel cimitero di carta che era diventata la sua scrivania, richiuse gli occhi.

Le voci continuavano ad echeggiare in lontananza e l’odore della terra bagnata si fece piu’ intenso.  Le gambe le tremavano e a stento riusciva a tenersi in piedi. Forse era ferita. Il dolore lancinante la confondeva e le annebbiava la vista: distingueva solo una grande macchia gialla e dei piccoli punti neri. Risuono’ un urlo. 

Apri’ gli occhi. Vide il bastone appoggiato alla sua scrivania e, afferrandolo, si alzo’ dalla poltrona, lottando con il dolore. Doveva assolutamente cambiare poltrona. Guardandosi allo specchio, illuminata dalla luce di una lampadina, tento’ di ricordare come avesse potuto ridursi in quelle condizioni la sera precedente: i capelli unti e disordinati, due occhiaie scure e profonde, la maglietta rossa macchiata. Le faceva ribrezzo la persona che aveva davanti in quel momento. Non era in grado di ricordare nulla di quello che era successo il giorno precedente, ma quando entro’ nel soggiorno e vide il suo ombrello, tutto le fu chiaro. Aveva piovuto incessantemente per tutta la giornata e verso sera non accennava a smettere. Si era stretta nel suo impermeabile mentre alzava il braccio destro nel tentativo di chiamare un taxi. Aveva aspettato su quel marciapiede a lungo, prima di decidere di ritornare a casa a piedi. La citta’ era sempre vivace, sia che piovesse sia che fosse sereno. Era passata davanti ad un violinista che aveva trovato riparo sotto un balcone. In quel momento qualcuno aveva scattato una fotografia. Il flash l’aveva abbagliata. Si senti’ pervadere da un’inspiegabile sensazione d’ansia, la stessa che ora sentiva sopraggiungere li’, nel suo appartamento, al caldo. Appoggio’ le mani sul divano e chiuse gli occhi. 

Il dolore alla gamba era sempre piu’ intenso, e stentava a camminare. Stava lentamente recuperando la vista. Adesso vedeva nitidamente il corpo disteso a terra. Si avvicino’. Era lei. Cadde in ginocchio. 

Guardando il riflesso dei raggi del Sole sui tetti bagnati e respirando l’aria pungente che proveniva dalla finestra aperta riusci’ per un momento a calmarsi. Erano anni che quelle immagini la perseguitavano ogni volta che chiudeva gli occhi: erano li’, appostate in qualche remota regione del suo inconscio, pronte ad impadronirsi di lei non appena si lasciasse andare. Bastava un qualsiasi insignificante dettaglio perche’ si scatenassero. “Ricominciare”, come diceva durante ogni seduta il suo analista, diveniva impossibile. Trovava confortante quell’ora che una volta alla settimana trascorreva nel suo studio: sara’ stato per i suoi modi garbati o per il tono tranquillo della sua voce, ma in quei momenti riusciva ad estraniarsi dal perenne stato di ansia che era diventata per lei la vita di tutti i giorni, riuscendo a parlare senza inibizioni dei suoi sentimenti, delle sue paure, delle sue speranze. Come cio’ fosse possibile continuava ad essere per lei un inspiegabile mistero. Quella sensazione di quiete che provava sdraiata sul divano giallo, con gli occhi chiusi e le mani intrecciate sulla pancia, era pero’ destinata a svanire non appena usciva da quella stanza dalle luci soffuse e dall’atmosfera sempre confortevole, quasi fosse creata ad arte per lei. Veniva immediatamente assorbita dalla frenesia della quotidianita’, dalle pressioni del lavoro e da quei ricordi che la perseguitavano in ogni istante di liberta’ che riusciva a concedersi e che sembravano impossibili da dimenticare. E cosi’ anche i piu’ piccoli benefici che la terapia sembrava poterle dare venivano vanificati: tornavano inesorabilmente i tremori alle mani che non le consentivano di scrivere in maniera precisa o di impugnare un bicchiere od una posata come una persona normale, e la ferita alla gamba che le impediva di camminare senza l’uso del bastone tornava a pulsare ogni giorno di piu’. Ma a farla cadere in uno stato di depressione erano soprattutto gli sguardi delle persone che la circondavano: carichi di preoccupazione, compassione, pieta’. Comprendeva le buone intenzioni sottese ad ogni loro tentativo d’aiuto, il genuino desiderio di rendersi utili, ma li odiava. Sia che fossero parenti, amici o semplici conoscenti. Li odiava. Tutti. Indistintamente. Era sempre stata una donna orgogliosa, fiera della sua indipendenza e del suo autocontrollo. Per questo era scappata dalla cerimonia di matrimonio di suo fratello qualche mese prima: voleva evitare quegli sguardi preoccupati, caritatevoli, quelle mani poggiate sulle sue spalle per darle conforto e quelle parole di comprensione. E come era fuggita allora continuava a fuggire in ogni istante della sua vita: da ogni impegno, da ogni possibile gioia o fallimento, da ogni persona. Fuggiva, nel tentativo di evadere dalla realta’ per rinchiudersi nella sua solitudine, consapevole pero’ che mai avrebbe superato l’angoscia di quel fatale pomeriggio con le poche forze residue, e che sarebbe rimasta bloccata per sempre in quel tremendo momento. 

Discutevano del loro viaggio, mentre tornavano alla base dalla loro ultima missione, in attesa dell’incarico successivo. Pioveva. Decidevano chi avrebbe dovuto prenotare l’albergo, chi i biglietti dell’aereo. Sognavano quel viaggio fin da quando erano sedute sui banchi del liceo, ma per un motivo o per un altro lo avevano sempre rinviato. Guidava lei, Valentina invece gesticolava come sempre mentre andava sempre di piu’ entusiasmandosi. Dalla radio la voce di Paul Mccartney aveva appena iniziato a cantare “Yesterday”, quando l’esplosione sbalzo’ il veicolo, rovesciandolo fuori strada. Da quell’istante in poi solo immagini confuse, sensazioni indistinte, fino al risveglio in ospedale. Doveva essersi ferita gravemente alla gamba. Sentiva la ferita pulsare sotto le bende. I suoi compagni le raccontarono di aver sentito il boato e di essere accorsi. Solo lei era riuscita a salvarsi. 

Osservo’ una loro vecchia foto che aveva fatto incorniciare. La teneva sulla scrivania. Era scolorita, rovinata ai margini e piegata agli angoli. Erano due bambine spensierate, che mostravano il loro sorriso sdentato. Erano mesi che tentava di scrivere una lettera per dirle definitivamente addio: l’avrebbe lasciata vicino al mazzo di fiori che cambiava regolarmente ogni settimana sulla sua tomba. Continuava pero’ a fermarsi di fronte a quel foglio bianco, incapace di scrivere anche una singola parola. Ora, improvvisamente, la vista di quella foto le tolse ogni dubbio. Seppe che quella lettera non avrebbe contenuto la disperazione per l’ineluttabilita’ del destino, non l’interminabile elenco di sogni e speranze che si erano infranti quel pomeriggio, ne’ il rimpianto per cio’ che mai avrebbero potuto vivere assieme. No, non avrebbe riempito quelle pagine in quel modo. Avrebbe ricordato la leggerezza con cui affrontavano la vita e le sue difficolta’, la gioia dei loro viaggi e delle loro serate per le strade delle citta’. Avrebbe ricordato quell’entusiasmo e nient’altro. Si sedette alla scrivania, impugno’ la penna e si mise di fronte un foglio bianco. Un attimo d’esitazione, poi le parole la travolsero.

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