Una lingua a cui non abbiamo mai pensato

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Ormai da un mese, se non piu’, si sente parlare solo di coronavirus.

In un lampo, e’ entrato prepotentemente nelle nostre vite, ribaltando la nostra routine, cio’ che forse avevamo di piu’ caro. Da un giorno all’altro ci ha chiesto di stravolgere i nostri piani, progetti, di rivedere quella che fino a quel momento era stata la nostra agenda. Eppure si realizza la gravita’ del problema solo quando vi si e’ completamente dentro, immersi dalla testa ai piedi, e non se ne puo’ piu’ uscire facilmente. Una settimana prima del decreto del 9  marzo ero sul balcone di un mio amico a discutere se partire o meno per un viaggio che in quel momento mi sembrava fondamentale. Ed io ero una di quelle che aveva sottovalutato il problema. -Ma che vuoi che succeda, ti pare che non ci fanno partire, in aereoporto fanno i controlli eh-.

Fondamentale. Da un mese a questa parte ho compreso sfumature di significato che prima non avevo considerato. Fondamentale fino a poco tempo fa era prendere il treno giusto per arrivare in orario a lezione, o ad un esame; era vedere il mio ragazzo tutte le settimane; farsi una birretta con gli amici per staccare dallo stress i tutti i giorni; riuscire a trovare il tempo per andare in piscina. Niente di tutto cio’ e’ fondamentale in questo momento. Niente di tutto cio’ mi e’ concesso fare.

Ogni parola ha un significato che e’ scritto li, sul dizionario, stampato nero su bianco in un volume di centinaia e centinaia di pagine. E quello di significato rimane fisso, immutabile, perche’ non ha a che fare con la vita reale, quella che si vive, quella mutevole, che puo’ essere stravolta in un momento. Nella vita reale siamo noi che diamo significato alle parole, in base alla societa’ che ci circonda, che pero’ e’ complessa, variegata, multiforme e per questo anche il significato che scegliamo di dare ad una parola non puo’ che adattarsi ai cambiamenti che ci circondano. Tutto dimostra di essere cosi’ precario, come fosse poggiato sullo spigolo di una scrivania, li li per cadere.

Eppure in questo periodo in cui una forza piu’ grande di noi ci chiede di fermarci, di mettere pausa a quella che e’ la nostra vita, forse possiamo imparare a dare un significato piu’ profondo a quelle parole, e capire che non sono le parole a significare, ma le persone che amiamo, le passioni che ci fanno sentire vivi, le avventure che sperimentiamo, i successi, o le delusioni che viviamo, i libri che leggiamo, il cibo  che mangiamo. Mai come ora ho scoperto quanto mi manca andare in Univerita’ o aspettare il treno sulla banchina, abbracciare o semplicemente rivedere il mio ragazzo, fare la strada in macchina, con la musica a tutto volume che mi porta da lui.

Le parole non sono altro che un modo per esprimere concetti, emozioni, ma sarebbero vuote senza cio’ che le sostiene, semplici grafemi che si succedono. Con cio’ non voglio sminuire la potenza delle parole. Un breve segno racchiude al suo interno una forza capace di spostare montagne, bloccare commerci, far cadere governi; cio’ che e’ debole e’ la nostra consapevolezza di tutto cio’. Usiamo le parole senza far attenzione al significato che veicolano, senza ragionare sulla profondita’ del concetto che quella parola esprime.

Dato che il tempo non manca, forse sarebbe questo quello giusto per rispulciare il nostro personale dizionario e risignificare quelle parole che non erano altro che grafemi in fila.

Senza le parole non potremmo pensare, sara’ per questa inconsapevolezza che i nostri pensieri da un po non sono poi cosi’ profondi?

La lingua rappresenta la nostra identita’. La nostra storia. Poco spesso ci si pensa, perche’ ci nasciamo, con la nostra lingua e continuiamo a viverci giorno dopo giorno. A volte anzi la odiamo, a causa della grammatica che ci fano imparare a scuola. Bhe forse  dovrebbero insegnarci una grammatica, una lingua diversa. Quella che rappresenta chi siamo, quella che si e’ evoluta insieme alla nostra societa’, quella che ha saputo esprimerla, la societa’. Perche’ la lingua cambia, ed e’ cambiata immensamente nel corso del tempo.

Alla fine del 1500 nasce l’Accademia della Crusca che nel 1612 pubblica uno dei dizionari piu’ famosi della nostra lingua. Si chiamava cosi’ in virtu’ del suo scopo: la crusca e’ la parte del grano da dividere dalla farina, quella di scarto. Gli accademici avevano il compito di purificare la lingua, eliminando da essa tutte le forme erronee, scadenti e cosi’ via. Pero’ i modelli di lingua che venivano presi come riferimento erano quelli del Trecento: Boccaccio e Petrarca. Come poteva una lingua essere attuale trecento anni dopo?  Questo fu un dibattito che duro’ moltissimo tempo e coinvolse diversi intellettuali. Nel 700 sono gli Illuministi a farsi portavoce di un pensiero rivoluzionario, in Italia i fratelli Verri. La lingua doveva essere lo specchio della societa’, era al suo servizio in un certo senso, e aveva il compito esprimerla. Ma la societa’ e’ un’entita’ che varia continuamente e percio’ non puo’ esistere un modello di lingua statica, invariabile attuale in un determinato momento storico, ma anacronistica subito dopo. Ha bisogno di nuove parole, per esprimere nuovi concetti, nuove realta’, che ci dicono chi siamo. Dovremmo fare piu’ attenzione alla nostra lingua, trattarla con maggior rispetto e conoscerla forse un po meglio; comprendere che la lingua ha una storia cosi’ complessa che, se studiata con attenzione, puo’ rivelarci molto riguardo l’uomo, cio’ di cui ha bisogno, cio’ a cui ambisce, cio’ che sa e che non sa. In Europa abbiamo pochi termini per riferisci alla neve: nevischio e neve, appunto; gli eschimesi circa un ventina.

La lingua non e’ qualcosa che si crea sui libri, che si standardizza e che va studiata. La lingua e’ molto piu’ concreta di cio’ che pensiamo, molto piu’ attaccata alla realta’.

Ad un corso intensivo per un immigrato sara’ inutile insegnare la lingua dei libri di grammatica, quella del condizione o congiuntivo. A che serve studiare forme che nessuno usa?  Sara’ piu’ utile insegnare espressioni come mica, manco, a piu’ infinito per indicare il gerundio e cosi’ via.

Forse se cominciassimo a considerarla da un altro punto di vista, la lingua, non ne saremmo cosi’ spaventati, e riusciremmo a comprendere tutte le bellezze, le informazioni, la storia, le verita’ che in essa sono racchiuse. E magari capiremmo anche meglio quella grammatica tanto odiata.

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