La poetica pirandelliana dal romanzo al teatro: una verità relativa e impossibile

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Il fu Mattia Pascal e Cosi’ e’ (se vi pare) sono due opere apparentemente diverse, ma complementari.

Il primo e’ un romanzo, redatto per la prima volta nel 1904, seguiranno altre due edizioni sino ad arrivare a quella definitiva del 1921; la seconda e’ una commedia-parabola, recitata per la prima volta nel 1917.

Entrambe le opere intendono mettere a fuoco il concetto di “verita’”, mostrandoci, pagina dopo pagina e battuta dopo battuta, quanto la verita’ sia relativa e inaccessibile, insistentemente molteplice.

Opere complementari, dunque, poiche’ la seconda – piu’ matura –  svela totalmente gli ingarbugliati avvenimenti della prima, mediante tipiche digressioni filosofiche dell’autore nel corso della narrazione.

Tutti conosciamo la celeberrima vicenda di Mattia Pascal, il quale, saturo ormai delle offese della vita e stanco del suo stesso essere inetto e impreparato, decide di cambiare forma e nome, diventando Adriano Meis.

Confrontando le due opere, scopriamo che l’elemento del doppio vive indissolubilmente anche all’interno di Cosi’ e’ (se vi pare) in cui, la signora Frola e suo genero, il signor Ponza, altro non sono che simili volti di una stessa medaglia; entrambi espongono, nel salotto degli Agazzi, la ragione che distanzia le loro vite quotidiane e soprattutto, la ragione che tiene entrambi allacciati allo stesso tormento, il quale incuriosisce un intero paese: la signora Ponza.

Costei rappresenta un “fantasma”, una verita’ indicibile, la forma piu’ alta di illusione e sete, necessita’ vitale per il signor Ponza e la signora Frola, barlume di luce assoluta per gli altri personaggi che vivono nel buio – eccetto il personaggio di Lamberto Laudisi – assopiti da un’insaziabile e squisita curiositas.

La signora Ponza e’, dunque, l’incarnazione di un grande tema: la relativita’ del concetto di verita’.

Mattia Pascal e’ un forestiere, esattamente come tutti questi altri personaggi. E’ un uomo capace di vivere unicamente in cio’ che e’ “strano”, nel “fantastico”; non vi e’ esitazione che tenga, poiche’ la sua natura risiede nelle radici del meraviglioso assoluto.

La signora Frola e il signor Ponza, costruiscono il loro presente in virtu’ di un ignoto passato, per entrambi differente, ma veritiero, come e’ vero che Mattia Pascal e’ Adriano Meis, ed e’ anche questa una verita’ indiscutibile.

La signora Ponza ha due nomi, esattamente come il nostro Mattia/Adriano; talune volte e’ “Lina”, altre volte e’ “Giulia” e non c’e’ nessun documento che possa compromettere, in entrambi i casi, la verita’ di questo sdoppiamento.

Mattia e’ Adriano nella stessa misura in cui Lina e’ Giulia: sono entrambi la stessa cosa, entrambi costretti a vivere in una dimensione surreale che accettano e sostengono, imperterritamente.

Dunque, la realta’ si riduce alla nostra percezione di essere e noi chiamiamo “mistero” cio’ che in realta’ abbiamo inventato.

Mattia e’ un alienato, che si presta quotidianamente a nutrire in maniera accurata la sua menzogna o la sua verita’, esattamente come il signor Ponza, la signora Ponza e la signora Frola.

Entrambe le opere sono caratterizzate dal sentimento del contrario, contrasto vivissimo che intreccia vita e morte: Mattia Pascal e’ un morto tornato in vita, un “resuscitato” in cerca della sua liberta’; anche quegli sventurati di Cosi’ e’ (se vi pare) sono reduci da un crollo, una disgrazia sismica che li ha resi “nessuno”, terribilmente soli, assieme ai loro fantasmi.

Elementi mefistofelici dominano entrambi i testi, infatti, fantasmi sono le loro illusioni, vere e proprie “larve” che tengono in piedi un intero sistema emotivo-passionale (tema vichiano, profondamente foscoliano e leopardiano). Vi e’ una lotta continua che lega questi personaggi fra il mondo della luce e il mondo dell’ombra: secondo uno dei tanti ragionamenti teosofici di Anselmo Paleari, noi vivi siamo immersi nell’ombra, e Cosi’ e’ (se vi pare) trasforma quest’ombra in luce; basti pensare alle risate e alle battute sempre piu’ fitte e accattivanti di Lamberto Laudisi, personaggio dotato di una forza autonoma, dimostrazione della maturita’ del nostro autore e soprattutto, di un’operazione da non sottovalutare: una forza vitale e soprannaturale che non e’ piu’ chiusa all’interno di una narrazione, ma e’ tutta devota all’azione: il palcoscenico stesso e’ luogo di riti magici.

Dunque, non abbiamo piu’ bisogno di una medium, perche’ la forza psichica e’ sostituita con pura fantasia. Quello che sostituisce il lavoro della signorina Silvia Caporale, e’ il piano mentale dei curiosi di Cosi’ e’ (se vi pare), poiche’ fino alla fine cercheranno di evocare documenti, prove, come forsennati, alla ricerca di una verita’ fantasmatica che, come abbiamo visto, non esiste.

Personaggi imperfetti, in entrambi i testi, quasi sofoclei: eroi impregnati nella pazzia, isterismi e gelosie che esercitano sul lettore e sullo spettatore un’attrazione di orrore e sgomento.

Possiamo notare inoltre, quanto siano analoghe le descrizioni di Terenzio Papiano “un po’ calvo, con grosso pajo di baffi brizzolati appena appena sotto il naso, un bel nasone dalle narici

frementi; occhi grigi, acuti e irrequieti come le mani” e del signor Ponza “Tozzo, bruno, dall’aspetto quasi truce, tutto vestito di nero, capelli neri, fitti, fronte bassa, grossi baffi neri. Stringera’ continuamente le pugna e parlera’ con sforzo, anzi con violenza a stento contenuta. (…) Gli occhi, parlando, gli resteranno costantemente duri, fissi, tetri.

Nel capitolo XIII de Il fu Mattia Pascal, Anselmo Paleari ci fornisce un’importante riflessione teosofica, la quale si allaccia a quanto accade nel salotto degli Agazzi: “Se noi finalmente ci persuadessimo che tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi, e necessariamente, per il famoso privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita (…) Noi, – non so se questo possa farle piacere – noi abbiamo sempre vissuto e sempre vivremo nell’universo; anche ora, in questa forma nostra, partecipiamo a tutte le manifestazioni dell’universo, ma non lo sappiamo, non lo vediamo, perche’ purtroppo questo maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco a cui esso arriva; e ce lo facesse vedere almeno com’esso e’ in realta’! Ma nossignore: ce lo colora a modo suo, e ci fa vedere certe cose, che noi dobbiamo veramente lamentare, perbacco, che forse in un’altra forma d’esistenza non avremo piu’ una bocca per poterne fare le matte risate. Risate signor Meis, di tutte le vane, stupide afflizioni che esso ci ha procurate, di tutte le ombre, di tutti i fantasmi ambiziosi e strani che ci feci sorgere innanzi e intorno, della paura che c’ispiro’!

E’ quello che cerca di spiegare Lamberto Laudisi al coro malizioso che si ostina a colmare la propria noia, inventando verita’ impossibili, perche’ e’ chiaro che nessuno di loro riesca a sostenere la visione delle cose allacciandosi, per un momento, anche a quella che realmente e’: si tratta della messa a nudo di convinzioni sociali, pregiudizi piccolo-borghesi, conditi con amare e ironiche risate di chi possiede, in questo caso, la consapevolezza che la verita’ non e’ mai quella che si vede.

Elementi che l’autore mette in chiaro da subito, basti pensare alla scena seconda del primo atto della parabola, in cui Laudisi, sempre ridendo, tenta di spiegare ai signori Sirelli quanto detto sopra, insistendo sull’inutilita’ di questa ricerca e sulla soggettivita’ di ogni percezione umana.

Il contrasto fra illusione e realta’ si fa sempre piu’ fitto: realta’ che abbatte spudoratamente quelle fantasie sublimi, ortisiane, come l’amore per Adriana, come la melodia trascendentale suonata al pianoforte dalla signora Frola: realta’ che spezzano ogni respiro e ci conducono all’acre accettazione dei fatti, i quali ci costringono alla permanenza in questo mondo crudele che ci colpisce e ci imprigiona, sempre, nel tagliente sguardo del prossimo.

E’ una crisi rappresentata dall’interno, attenuabile per Mattia e Lamberto, soltanto con quel riso tragicomico che tanto li caratterizza, poiche’ entrambi consapevoli dell’impossibilita’ di sfuggire alle convinzioni della societa’ in cui vivono e da cui nasce un’umoristica amarezza.

Questi due personaggi, sono gli unici che riflettono realmente su loro stessi, scrutandosi attentamente allo specchio; notevole la battuta di Laudisi nella scena terza del secondo atto: “Chi e’ il pazzo di noi due? (…) Eh, lo so: io dico: “tu”, e tu col dito indichi me. – Va’ la’, che cosi’ a tu per tu, ci conosciamo bene noi due! – Il guajo e’ che, come ti vedo io, non ti vedono gli altri! E allora, caro mio, che diventi tu? Dico per me che, qua di fronte a te, mi vedo e mi tocco – tu, – per come ti vedono gli altri – che diventi? – Un fantasma, caro, un fantasma! – Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con se’, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosita’, dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa.”

Riflessione importante, la quale si intreccia con il capitolo V del romanzo: “Mi vidi, in quell’istante, attore d’una tragedia che piu’ buffa non si sarebbe potuta immaginare (…) Andai ad accertarmene allo specchio. Erano lagrime; ma ero anche sgraffiato bene. Ah quel mio occhio, in quel momento, quanto mi piacque! Per disperato, mi s’era messo a guardare piu’ che mai altrove, altrove per conto suo

Quello di Mattia Pascal e’ un occhio sfuggente, che si riversa nella fantasmatica visione di Cosi’ e’ (se vi pare); l’occhio che inceppa nella realta’ e cerca di sfuggirvi, senza speranza. E’ l’occhio dell’eroe e dell’antieroe che si intrecciano, senza sosta, in un presente immutabile e sempre piu’ triste, come la consapevolezza di Laudisi, che verra’ svelata soltanto in ultima istanza, con il velo veritiero e illusorio che copre e scopre il volto signora Ponza: “Per me, io sono colei che mi si crede”.

E’ l’occhio della pazzia, quello di Mattia Pascal che, seppure operato, continuera’ a rifiutarsi di accettare il vero, risospinto nel supplizio e nel fantasma di se’ stesso.

Mattia, l’ho sempre detto io, Mattia, matto… Matto! matto! matto!” leggiamo nel XVII capitolo del romanzo, conferma di un lungo processo di vita interiore e di scena, perche’ se e’ vero che ognuno di noi e’ destinato a perdersi in quel cielo di carta, allora e’ giusto accettare un velo che ci copra dallo sguardo indiscreto della banalita’ altrui; e’ giusto ridere fragorosamente della perpetua noia che ci incatena, delle sventure e delle perdite a cui ci sottopone il nostro fato.

Non e’ possibile poter indagare oltre quel velo, guardare al di la’ di quell’occhio strabico: non ci resta che ridere e accettare, sospesi.

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