Scontro al confine tra Armenia e Azerbaijan

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Nella giornata di domenica 12 luglio sono ripresi gli scontri armati tra l’Armenia e l’Azerbaijan, che hanno visto il coinvolgimento di artiglieria e mezzi pesanti da parte di entrambi i fronti. Una sola la notte di cessate il fuoco, quella di mercoledi’ 15 luglio. Avvenuti nella regione di Tavush, provincia armena di 134.200 abitanti che deve la sua importanza alla presenza di giacimenti petroliferi, dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e del gasdotto South Caucasus Pipeline, i combattimenti hanno causato la morte di sedici persone tra militari e civili ed una certa apprensione a livello internazionale dovuta ad una possibile degenerazione del conflitto con il coinvolgimento di Stati terzi. 

Tradizionalmente, infatti, i legami tra la Russia e l’Armenia sono molto stretti, come testimonia il vertice tenutosi meno di un anno fa ad Erevan, capitale armena, tra il primo ministro armeno Pashinyan e Vladimir Putin. Entrambi, nel corso di questo vertice, hanno posto particolare attenzione sull’importanza delle relazioni strategiche tra i due paesi, corroborata dall’adesione di entrambi gli Stati all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), organizzazione politica militare che riunisce molti paesi del Caucaso e anche da un vicinanza a livello culturale, dovuta alla vicinanza tra la fede ortodossa russa ed armena. Doveroso sottolineare, in particolare in una situazione di estrema tensione come quella di questi ultimi giorni, la presenza di una base militare russa nella localita’ di Gyumri, nell’Armenia nord-occidentale. 

Sul fronte opposto, l’Azerbaijan vede nella Turchia un prezioso alleato per ragioni commerciali, militari e storiche. L’origine delle tensioni dei recenti scontri e’ da ricercarsi anche nella guerra del Nagorno Karabakh, una regione priva di sbocchi sul mare situata nell’Altopiano armeno, che vide coinvolti sia l’Armenia che l’Azerbaijan. Casus belli del conflitto fu la proclamazione d’indipendenza della regione autonoma del Nagorno Karabakh, appartenente in precedenza all’Azerbaijan da cui decise di distaccarsi a seguito della decisione, da parte del governo azero, di separarsi dall’Unione Sovietica. Sfruttando la possibilita’ offerta dalla legge sovietica del 3 aprile 1990, che consentiva ad una regione autonoma di decidere liberamente se seguire o meno il paese di appartenenza nella scissione, il Nagorno Karabakh voto’ per la costituzione di una nuova entita’ statale autonoma. Avvenuta la proclamazione della repubblica della regione, il 6 gennaio 1992, i primi bombardamenti da parte azera ebbero inizio, mentre l’Armenia si schiero’ in difesa della neonata nazione. Sebbene al termine del conflitto, nel 1994, la repubblica del Nagorno Karabakh non venne riconosciuta dalla comunita’ internazionale, e tutt’oggi ancora non lo e’, restano vive le tensioni tra i paesi coinvolti: l’Azerbaijan rivendica il principio d’integrita’ nazionale in opposizione all’Armenia, sostenitrice invece del principio di autodeterminazione dei popoli. Tensioni che coinvolgono anche i rispettivi alleati delle nazioni. Esemplare in questo senso il caso della Turchia, che nel 1993 unilateralmente chiuse i confini con l’Armenia adducendo tra le ragioni anche l’occupazione dei territori azeri da parte di milizie armene. 

A seguito dei recenti combattimenti, non si sono fatte attendere le dichiarazioni dei primi ministri dei Paesi coinvolti:

<<La rinnovata violenza ha portato a una rapida risposta da parte dei leader politici di entrambi i Paesi>>

(Ilham Aliev, presidente dell’Azerbaijan) 

<<Le provocazioni (da parte del nemico) non rimarranno senza risposta>>

(Nikol Pachinian, premier armeno) 

La situazione ha ovviamente sollecitato le preoccupazioni degli altri Stati della comunita’ internazionale per il rischio di una destabilizzazione della regione caucasica. Anche l’Italia ha espresso la sua apprensione in merito a questa vicenda, tramite un colloquio telefonico tra il ministro degli esteri Lugi Di Maio con il suo omologo azero, Elmar Mammadyarov, ha invitato ad una risoluzione diplomatica del conflitto, allineandosi dunque agli appelli del segretario generale dell’ONU.

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