Lost in translation

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5 parole straniere che avremmo difficolta’ a tradurre in italiano.

Uno dei miei film preferiti di inizio anni duemila, diretto dalla talentuosa regista Sofia Coppola, e’ Lost in Translation, pellicola dolce-amara sull’incontro casuale e platonico in un lussuoso hotel di Tokyo di due solitari viaggiatori, una giovane donna laureata in filosofia e un attore ormai prossimo alla pensione.

Il film rende perfettamente il sentimento di disorientamento dato dal trovarsi a vivere, per un periodo indeterminato, per esigenze lavorative e sentimentali, in una grande metropoli sconosciuta, dove tutto e’ nuovo e caotico, senza conoscere la lingua e non potendo pertanto comunicare con gli autoctoni.

Le difficolta’ di comunicazione che i due protagonisti incontrano nel corso della vicenda sono le stesse sperimentate almeno una volta da ciascun viaggiatore desideroso di immergersi appieno nella cultura di un paese sconosciuto. La lingua, infatti, plasma la nostra realta’ e riflette concetti culturali identitari, che altrimenti avremmo difficolta’ a comprendere. 

Ecco dunque le mie cinque parole straniere preferite, ognuna contenente un mondo al suo interno.

HYGGE

Come fanno i Danesi, con il loro clima rigido e le tante ore di buio, a risultare tra i popoli piu’ felici secondo le ricerche scientifiche? La risposta risiederebbe nell’Hygge, uno stile di vita pensato appositamente per sopravvivere ai lunghi inverni piovosi, che vede il proprio fulcro nel coltivare un’attenzione consapevole verso le piccole gioie quotidiane, soprattutto quelle condivise, come sorseggiare una tazza di cioccolato caldo con gli amici e cucinare il proprio piatto preferito insieme alla persona amata. L’Hygge, prevede anche un’attenzione particolare all’ambiente che ci circonda, che deve essere il piu’ confortevole e accogliente possibile, perfetto per rilassarsi in casa dopo una estenuante giornata lavorativa, quando il clima non consente di uscire.

L’importanza attribuita alla socializzazione e ai piccoli piaceri e’ in realta’ tipica di tutto il Nord Europa, basti pensare all’usanza della Fika in Svezia, una sorta di pausa caffe’ garantita dai contratti lavorativi, ideale per rilassarsi e socializzare con i colleghi, magari godendosi un buon dolce svedese come la cannelbulle (rotolino di cannella) o il chockladboll (pallina di cioccolato). 

Lost in translation

SAUDADE

La parola portoghese Saudade, forse la piu’ famosa delle parole “intraducibili”, deriva dallo spagnolo soledad, solitudine. La parola indica un sentimento dolce-amaro, una struggente nostalgia di qualcosa o qualcuno lontano fisicamente o temporalmente, una mancanza data dall’assenza che ispira sentimenti poetici e melanconici. La saudade, infatti, era il canto nei navigatori portoghesi, un popolo di esploratori che affidavano alla musica e alle parole i propri sentimenti per la patria e per coloro che avevano lasciato. La dolcezza malinconica della saudade pervade le strade di Lisbona, dando il nome anche a una celebre via, Rue de Saudade, e nutrendo le parole del poeta nazionale portoghese Fernando Pessoa.

SHINRIN YOKU

Letteralmente traducibile come “bagno nella foresta”, lo Shinrin Yoku e’ una pratica terapeutica messa a punto nel Giappone degli anni ‘80 dal Direttore dell’Ente forestale nipponico, consistente nel trascorrere durante la settimana diverse ore immersi nella natura al fine di migliorare le proprie condizioni psico-fisiche generali. Secondo numerose ricerche scientifiche, infatti, vivere a stretto contatto con la natura riattiva il nostro sistema immunitario, riducendo la produzione del cortisolo, l’ormone dello stress, correlato a una condizione di infiammazione cronica responsabile di svariate patologie. Nel paese del Sol Levante, dunque, e’ in rapida espansione la cosiddetta “medicina forestale” per la cura dei disturbi dell’umore, ed e’ in atto una vera politica sanitaria atta a promuovere la pratica del “bagno nella foresta” al fine di contrastare lo stress da super lavoro che affligge il paese. 

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SAMAR

e’ una parola araba che piacera’ ai sognatori. e’ infatti l’arte di raccontare storie davanti a un fuoco ristoratore nell’oscurita’ della notte. Una parola apparentemente semplice ma gravida di storia e cultura, collegata alla celeberrima raccolta di racconti orientali Le Mille e una Notte. Protagonista di questi racconti e’ il sultano Shahriyar, che, dopo il tradimento della prima moglie, decide di uccidere le proprie spose dopo la prima notte di nozze, finche’ non viene raggirato dall’intelligentissima Shaharazad che escogita un ingegnoso piano: ogni notte raccontera’ una storia al sultano posticipandone il finale di volta in volta, per mille e una notte, appunto, fino a farlo innamorare perdutamente. 

Oggi Samar e’ una parola intima che evoca la dolcezza salvifica del racconto per liberarsi dal peso della giornata. 

NOMBRILISME

Veniamo all’ultima parola, Nombrilisme, letteralmente traducibile come “ombelichismo”, dal francese nombril, ombelico.

Pur non avendo, come le precedenti, un background storico culturale, e’ particolarmente efficace per descrivere l’atteggiamento egoriferito e narcisistico di chi rifiuta di accogliere punti di vista diversi dal proprio, non riuscendo a guardare “al di la’ del proprio ombelico”. 

L’espressione e’ adoperata anche per indicare forme di nazionalismo che esaltano acriticamente la propria cultura come la migliore: Nombrilisme amèricain, Nombrilisme français etc .

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