Occhi fuori

 -  -  53


Era stato il piu’ restìo a partecipare a quel laboratorio teatrale.

La prima volta che lo avevo visto, era rimasto in disparte, senza neppure salire sul palco. 

Gli altri detenuti schiamazzavano, si distraevano, lui invece se ne stette in silenzio per tutto il tempo a guardarci, seduto tra i posti vuoti degli spettatori. Forse era stato un compagno di cella a convincerlo a venire ed ora si stava pentendo della scelta fatta.

Le volte seguenti non l’avevo piu’ visto, tanto da pensare che non sarebbe tornato. Inaspettatamente, invece, qualche tempo dopo si presento’ nella piccola sala dove si svolgevano spesso le prove: si trattava di una cappella, all’inizio dell’incontro, tra una chiacchiera e l’altra, spostavamo le panche per ricavare lo spazio necessario e alla fine le rimettevamo al loro posto.

Il ragazzo silenzioso non parlo’ molto nemmeno quella volta, pero’ si sedette con noi in cerchio, ci guardo’ nelle nostre buffe esibizioni e i suoi occhi sembravano chiedere perche’  non ci vergognassimo di fare cio’ che facevamo. Stava scoprendo uno degli aspetti piu’ belli del teatro: in un gioco in cui e’  tutto apparenza, c’e’  la noncuranza di come si appare. Che tu sia brutto, che tu sia goffo non importa, che tu sia sgraziato, sgradevole, sconcio non importa, eppure e’  l’unica cosa che abbia importanza. Tutti i normali canoni estetici sono rivalutati alla luce solo dell’espressione e dell’espressivita’.

Qualche settimana dopo mi capito’ di chiacchierarci e mi chiese di potermi scrivere per email.

Cosi’ ebbe inizio quello strano rituale a cui piano piano finii per affezionarmi, nonostante le prime perplessita’ data la situazione. Accoglievo le sue email come fossero di un amico lontano, un amico di cui non sapessi piu’ granche’ ; e quasi mi attardavo a rispondere, volendo farlo al meglio, senza tralasciare nulla. Nelle prime si scusava spesso per gli errori grammaticali: “so’ ignorante, c’ho la terza media”, ma era curioso e mi chiedeva spesso il significato di parole che non comprendeva. 

Aveva ventuno anni, come me, ed era entrato a diciotto per spaccio di sostanze stupefacenti.  “Le guardie”, come le chiamava lui, lo avevano aspettato fino alle quattro del mattino di fronte al palazzo dove abitualmente faceva affari e alla fine, quando credeva di aver scampato il pericolo, l’avevano preso.

 Mi racconto’ della sua compagna e della speranza che la’ fuori lo aspettasse e il timore, in fondo, che non lo facesse; mi parlo’ di suo figlio di quattro anni.

-Non ho mai avuto voglia de’ lavora’. –ammise una volta. – A sedici anni potevo gia’ permettermi di convive’ con la mia ragazza e di viaggiare a mie spese cogli amici. Pero’ mi’ padre me lo diceva, me lo ha detto tante volte-. Non aveva mai avuto intenzione di affiancare il padre, proprietario di un negozio di ferramenta, nella sua attivita’.

Non sapeva nemmeno cosa avrebbe fatto una volta uscito: mentre gli altri avevano molti progetti, molte idee al riguardo, lui no. Solo in un’occasione mi racconto’ del maneggio degli zii fuori Roma e della sua passione per i cavalli, tanto che gli risposi che avrebbe potuto pensarci per il futuro. 

Non so quanto si interrogasse concretamente in merito a quello che sarebbe accaduto dopo il carcere. Non ne parlava quasi mai e quando lo faceva, assumeva sempre un tono quasi di triste rassegnazione, come se il suo destino fosse stabilito e incontrovertibile e non dipendesse, invece, almeno in parte, anche da lui.

Perche’  era fatto cosi’, diceva, non sapeva fare altro e prima o poi sarebbe tornato a farlo.

Mi scriveva che gli faceva bene parlare con me, con qualcuno che non fosse un detenuto come lui, che le mie email quando arrivavano gli rallegravano la giornata: erano come due occhi con cui poter sbirciare il mondo fuori.

Anche le cose piu’ sciocche acquistavano un valore diverso scritte in quelle email: le classiche conversazioni con i colleghi di universita’ al bar erano invece per lui qualcosa di importante. Aveva ovviamente interrotto la visione delle sue serie tv preferite quando era stato arrestato e cosi’, una volta scoperto che molte di quelle, le avevo viste anche io, mi chiedeva anticipazioni e aggiornamenti su quel personaggio o quell’evento. 

Amava il mare e mi disse una volta che appena uscito, d’estate o d’inverno che fosse, sarebbe andato a vederlo di nuovo. Non era il primo detenuto ad esprimere questo desiderio e la risposta sul perche’  la trovai qualche tempo dopo in una frase dello scrittore Jean Claude Izzo: “Di fronte al mare la felicita’ e’  un’idea semplice”.

Il trenta luglio, mi scrisse per dirmi che dopo tre anni era stato di nuovo all’aperto di sera, in occasione di una sorta di cinema nel cortile del carcere. Il film non gli piacque, ma proprio quella sera, per l’eclissi, la luna era stupenda, grande e rossa: una strana, bellissima coincidenza.

5 voto/i
comments icon 3 commenti
3 notes
207 visite
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.