Amore e disperazione

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La campana di vetro” di Sylvia Plath

Nel gennaio del 1963 viene pubblicato senza troppo clamore La Campana di vetro (The Bell Jar), un romanzo destinato a diventare un cult della narrativa americana del ‘900. L’autrice del romanzo e’ la misteriosa Victoria Lucas, pseudonimo della poetessa di Boston Sylvia Plath, morta suicida a soli trentuno anni, esattamente un mese dopo la pubblicazione del suo primo e unico romanzo. La scelta di adoperare uno pseudonimo era motivata dal carattere fortemente autobiografico del manoscritto, direttamente ispirato alle vicende esistenziali della scrittrice da sempre tormentata da crisi maniaco-depressive.

Il vissuto traumatico della Plath, scandito da numerosi ricoveri in istituti psichiatrici, dove fu sottoposta anche a diverse sedute di elettroshock, si riversa nelle pagine intense della Campana di vetro, incentrate sul racconto dell’ascesa e della successiva caduta della giovane Esther Greenwood. Esther, alter ego della Plath ventenne, incarna l’emblema della giovane promettente, destinata al successo e al coronamento di tutti i suoi sogni: ha diciannove anni, voti brillanti, un grande talento nella scrittura e un fidanzato apparentemente perfetto.

 Il romanzo si apre nella torrida estate americana del 1953, un’estate che si prospetta particolarmente rosea per Esther, in procinto di lasciare per la prima volta la provincia americana per recarsi a New York, grazie a una borsa di studio che le consentira’ di frequentare uno stage presso la prestigiosa rivista di moda “Mademoiselle”. Ma un’ombra gia’ si staglia nella calura estiva, turbando i pensieri di Esther: l’esecuzione dei Rosemberg, una coppia di coniugi americani condannati alla sedia elettrica con l’accusa di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. Sono gli anni oscuri del maccartismo, e la spietatezza noncurante con cui i media e le sue conoscenti parlano dell’esecuzione inquieta Esther, incapace di pensare ad altro.

“Soffocante, l’estate in cui i Rosenberg morirono sulla sedia elettrica, e io ero a New York e mi sentivo come un’anima persa. Io le condanne a morte non le reggo. L’idea della sedia elettrica poi, mi fa stare male fisicamente e i giornali non parlavano d’altro: titoloni che mi guardavano fisso a ogni angolo di strada e all’imboccatura di ogni stazione della metropolitana con quell’odore di noccioline stantie. Non che mi riguardasse ma non potevo fare a meno di domandarmi che effetto faceva, essere bruciati vivi lungo tutti i nervi.” 

La prima parte del romanzo racconta le inquietudini della protagonista alle prese con la sua prima esperienza lavorativa, generate dalla superficialita’ e dal materialismo che la circondano e che piano piano le tolgono il fiato e il sonno. Inquietudini che non sembrano tanto diverse da quelle di qualsiasi ambiziosa giovane donna che, in una societa’ ottusa e maschilista come quella americana degli anni ‘50, lotta per ritagliarsi un suo posto nel mondo, ma che in realta’ sono solo il preambolo di un incubo a occhi aperti in cui la protagonista sprofondera’ senza accorgersene neanche. 

La sfavillante e modaiola New York, con le sue promesse di felicita’ e successo e i suoi ritmi caotici, diventa la cassa di risonanza emotiva del tormento esistenziale di Esther. La sua irrequietezza e’ la stessa che si prova al tramonto dell’adolescenza, quando le infinite possibilita’ della vita si riducono a un’unica strada da imboccare e da percorrere fino alla fine, con tutti i rischi che cio’ comporta. 

La sua incapacita’ di operare una scelta e’ magistralmente resa attraverso la metafora dell’albero di fico, dove ogni frutto rappresenta una possibile opzione: “Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e L’ Africa e il Sudamerica, un altro fico era Constantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere . E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere”.

 Il disagio della protagonista, che si sente come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi, si trasforma in depressione una volta rientrata a Boston a seguito di un evento apparentemente banale, la non ammissione a un prestigioso corso di scrittura, prima vera battuta di arresto in un’esistenza costellata di successi e gratificazioni. Il rifiuto, comunicato bruscamente da una figura materna fredda e anaffettiva – “Tanto vale che te lo dica subito. Non sei stata ammessa al corso di scrittura”- segna una vera cesura all’interno del romanzo, un prima, nel solco della grande tradizione del romanzo di formazione, e un dopo terribile, scandito da elettroshock e ricoveri coatti. 

Esther sprofonda in uno stato di apatia che le impedisce di leggere, di scrivere e di dormire, e dopo un incontro fallimentare con uno psichiatra, il dottor Gordon, epitome dell’inadeguatezza e della mancanza di empatia della medicina psichiatrica  dell’epoca, si insinua in lei, senza alcun timore, un forte desiderio di morire che la portera’ a una serie di tentativi maldestri di suicidio, fino al ricovero in un ospedale psichiatrico, descritto come un luogo inospitale e ostile. Esther e’ sola nella sua malattia, circondata dall’incomprensione della madre e del fidanzato Buddy, classico ragazzo d’oro americano, di bell’aspetto e con l’ambizione di diventare medico, che sogna per lei un futuro come moglie e madre e svilisce le sue aspirazioni letterarie, definendo la poesia “una manciata di polvere”. 

La campana di vetro che da’ il titolo al romanzo e’, in ambito medico e scientifico, un contenitore ermetico che racchiude sostanze e composti e viene usato spesso da Esther per definire metaforicamente la sua alienazione causata dalla malattia mentale “  …dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffe’ di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.”

Il romanzo sembra prendere una piega positiva quando la giovane paziente viene trasferita in una clinica privata, dove verra’ curata dalla dottoressa Nolan, unica figura medica costruttiva, che la aiutera’ a sollevare la campana di vetro per affacciarsi di nuovo alla vita. Tuttavia, nonostante i miglioramenti di Esther e lo spiraglio di speranza che si apre alla fine del romanzo, il finale resta aperto, con la protagonista che, finalmente libera di respirare, percepisce comunque la presenza della campana di vetro sulla sua testa, come una spada di Damocle che potrebbe farla ripiombare nell’apatia e nella disperazione: “ Come facevo a sapere se un giorno o l’altro, al college, in Europa o in qualche luogo, in qualsiasi luogo, la campana di vetro, con le sue distorsioni opprimenti, non sarebbe discesa di nuovo sopra di me?“. 

A dispetto della tragicita’ della tematica affrontata, lo stile di scrittura della Plath e’ scorrevole, pacato e non privo di spunti ironici. La vicenda, narrata in prima persona dalla voce disincantata e sarcastica di Esther, e’ stata accostata dalla critica alla storia di Holden Caulfield, protagonista dell’iconico “Il giovane Holden“ di J.D Salinger, altro  inquieto  adolescente letterario  alla ricerca di se’ stesso nella caotica New York. 

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