God save the Gin!

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Londra, citta’ famosa in tutto il mondo per le opere di Shakespeare, le canzoni dei Beatles, le cabine rosse e i lavapiatti italiani che pensano davvero di poter cambiare la propria vita emigrando con la terza media e i the cat is on the table. Citta’ semplicemente fantastica, se non fosse per le baby gang a piede libero, i ghetti di migranti pronti a lavorare per qualche penny, i nostalgici di Jack the Ripper e la dilagante poverta’, chiaramente ben lontani dai posti piu’ iconici e turistici della citta’. Tranne il cibo di merda, vera costante di tutto il Regno Unito assieme al suo crimine contro l’umanita’ piu’ famoso: il porridge. Citta’ dalle due facce, che rispecchiano l’anima dei propri abitanti, i Londoners, che fin dalla piu’ tenera eta’ vengono addestrati a separare la vita professionale da quella privata: alle cinque di pomeriggio, infatti, quando il grigiore del sole lascia spazio alla notte, uno strano senso di ribellione ai sorrisini robotici e ai discorsi di cortesia di cui frega cazzi, si fa strada tra le viscere degli Inglesi, assieme ai litri di birra annacquata tracannati ai banconi dei pub, luoghi dove si compie la trasformazione da Dr. Jekyll a Mr. Hyde. Questa e’ la Londra stevensoniana del 2018 che ho incontrato e vissuto, giusto con le stradine piu’ illuminate e meno squartatori in giro, ma con un persistente problema di igiene personale che neanche duemila anni di storia hanno risolto.

In occasione del Christmas party on the boat (so cool, so smart!) organizzato dal dipartimento che mi ha ospitato durante i tre mesi di Erasmus, ho potuto partecipare in prima persona allo strano fenomeno di trasformazione da Doctors a Misters e Misses, una metamorfosi che coinvolge anche i dottori e le dottoresse piu’ riservati e formali, mutandoli in orde di quindicenni in piena tempesta ormonale durante il loro primo party at the club: lo spettacolo piu’ trash che questa citta’ potesse regalarmi, giusto in tempo per Natale. You shouldn’t have!

Mentre mi domando chi possa aver mai pensato che la trap sia il genere perfetto da far ascoltare ad una barca piena di boomers, osservo Dr. Aplomb scatenarsi in pista a ritmo di qualunque cosa esca dalle casse, svestendosi dei panni della persona di poche parole, colta, raffinata e precisa indossati fino a qualche ora prima: passato il badge all’uscita dell’ospedale, si e’ trasformato nel motore, e soprattutto nel portafoglio, della serata. Shot, shot, shot! Tanto mica pago io. A tenerci compagnia, c’e’ anche Dr. Puke, giovane dietista assunta solo da poche settimane che per fare bella figura con i colleghi, ha l’idea geniale di tirare fuori tutto l’animo da festino universitario, finendo a sboccarlo interamente davanti all’ingesso del club russo per l’afterparty, sotto gli occhi increduli del buttafuori. Vani i tentativi di spiegare che siamo un gruppo di medici e sappiamo quello che stiamo facendo. Qualcuno ha addirittura azzardato attaccare una pezza sulla fisiopatologia del vomito per prendere alla sprovvista la guardia, ma con scarsi risultati: inspiegabilmente, alla dottoressa e’ stato comunque negato l’ingresso. Nel frattempo, la sua collega e mentore Dr. Sassy, prosperosa dietista di mezza eta’ che si nutre a pane integrale e acido muriatico, semplicemente un calcio sulle palle alle otto di mattina, visibilmente preoccupata per la situazione, con un lampo di genio decide di nascondere nella giacca la propria bottiglia di Tavernello inglese, in modo da poter oltrepassare indisturbata il posto di blocco e portare finalmente a compimento la missione per la quale indossa il vestito leopardato: andare a caccia di giovani prede ignare della propria fine. La protagonista indiscussa della serata, pero’, e’ Dr. Awkward, professoressa olandese sessantenne che ha lavorato sodo durante tutta la propria vita per diventare la versione umanoide di un’enciclopedia medica, poco importa se la relazione tra eventi cardiovascolari e qualita’ del burro bretone non abbia molto a che fare ne’ con la pediatria ne’ con l’endocrinologia: alla fine basta avere un qualunque argomento da spiattellare al povero malcapitato che pensa solamente alla pausa pranzo, no? Insomma, una dottoressa tanto intelligente quanto con evidenti problemi sociali: perche’ mai ordinare un caffe’ espresso in una tazza da americano? E soprattutto, perche’ ordinarlo alle sette del mattino per berlo a mezzogiorno? Non ne ho idea, ma fatto sta che neanche questi evidenti deficit hanno potuto fermare la sua mutazione nell’adolescente spregiudicata che ho visto sulla dance hall dopo il secondo bicchiere di aceto di vino.

E infine ci sono io, con uno dei tanti cocktail scroccati in una mano e il cellulare nell’altra, a documentare per i posteri gli usi e i costumi di questo strano popolo che, dopo tre mesi, resta ancora perlopiu’ sconosciuto, ma che mi ha permesso di vivere la festa piu’ assurda della mia vita.

God save the Gin!

Link all'articolo originale: https://quasimedico.wixsite.com/quasimedico/post/god-save-the-gin

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