Giulio fa cose

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GIULIO FA COSE” (gennaio 2020) e’ il racconto di un viaggio doloroso di due genitori, due comuni cittadini coinvolti loro malgrado in uno dei piu’ inumani casi di violazione dei diritti umani mai perpetrati ai danni di un cittadino italiano.
Giulio Regeni e’ il giovane ricercatore sequestrato, torturato e ucciso al Cairo dove si trovava per condurre una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani nel gennaio del 2016, di cui questo libro racconta sogni, aspirazioni e ideali, dall’amore per le lingue – ne conosceva sei e stava imparando la settima– al desiderio irrefrenabile di viaggiare e conoscere culture altre, al rapporto intenso con i genitori e la sorella.
Paola Deffendi e Claudio Regeni, con la collaborazione di Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia, ripercorrono la vicenda che li ha portati a vedere sul corpo martoriato del figlio “tutto il male del mondo”, raccontando anche il travagliato iter processuale, il rapporto complicato con i media e l’incontro spesso deludente con le autorità istituzionali.
Il libro e’ un susseguirsi di pagine intense, dettate dalla rabbia nel vedere rimandato l’ambasciatore italiano al Cairo, anteponendo gli interessi economici e politici che legano l’Italia all’Egitto, e dall’incessabile ricerca di verita’ che il governo del Presidente egiziano al-Sisi ha piu’ volte sabotato con continui depistaggi e falsificazione di documenti.
Il racconto lascia tuttavia spazio alla speranza, alimentata dalla solidarieta’ costantemente dimostrata da grande parte della cittadinanza con manifestazioni e iniziative e da figure di spicco del mondo dell’arte e della cultura che hanno usato la propria visibilita’ per tenere alta l’attenzione sul “caso Regeni”.
“La solidarieta’, lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, e’ fare personalmente una lotta a fianco di qualcuno e non avere paura di mostrarlo pubblicamente. E’ un atto di coraggio che funziona anche per contagio. Cosi’ le azioni del popolo giallo si moltiplicano. E si puo’ dire che questo coraggio e’ diventato anche una forza, un modo di essere, di vedere, che forse in certe persone era sopito (…). Quella macchia di giallo si e’ trasformata nella manifestazione di un principio: un modo chiaro per fare sapere cosa si pensa e come ci si pone rispetto ai diritti umani. È dire da che parte si vuole stare”.

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