La memoria rende liberi

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LA MEMORIA RENDE LIBERI

La vita interrotta di una bambina nella Shoah 

  di Enrico Mentana e Liliana Segre

Il 19 Gennaio 2018 Liliana Segre viene nominata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, senatrice a vita per gli altissimi meriti nel campo sociale. Liliana Segre, infatti, da oltre 30 anni ricopre il ruolo di testimone delle atrocita’ dei campi di sterminio in quanto sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Una testimone preziosa e coraggiosa che si e’ rivolta principalmente alle nuove generazioni, che avranno il compito di ricordare quando gli ultimi sopravvissuti saranno scomparsi. 

Nel 1938, quando vengono emanate dal regime fascista le leggi razziali, Liliana Segre e’ una bambina di otto anni come tante altre, nata in una famiglia ebraica laica di Milano, amante della scuola e legatissima al padre Alberto, uomo di grande sensibilita’ e cultura, notoriamente antifascista. 

La Memoria rende liberi (Rizzoli, 2018), e’ la storia di Liliana raccontata in prima persona al giornalista Enrico Mentana e da lui fedelmente trascritta in questo splendido libro. e’ la testimonianza lucidissima, puntale e quasi chirurgica, della perdita dell’innocenza di una bambina che viene progressivamente estromessa dalla vita del Paese, insieme a tutti quelli che ama, fino a vivere sulla propria pelle l’orrore del campo di sterminio. La narrazione della Segre e’ priva di ogni retorica e aliena da toni sensazionalistici, in una ricostruzione dettagliata che si sofferma non solo sul periodo di prigionia ma anche sulle difficolta’ del ritorno alla vita normale, dopo aver vissuto sulla propria pelle tutto il male del mondo. 

Leggendo le parole della Segre, il lettore non puo’ fare altro che assistere attonito e sgomento a una lenta e inesorabile discesa negli abissi piu’ profondi della crudelta’ umana; espulsa dalla scuola, privata di ogni diritto, costretta a fuggire in Svizzera, Liliana si scontra non solo con la malvagita’ nazi-fascista ma anche con l’indifferenza dei tanti che avrebbero potuto tenderle la mano e non lo hanno fatto. La chiave per comprendere le ragioni del male e’ l’indifferenza: quando credi che una cosa non ti riguardi allora non c’e’ limite all’orrore, dice la Segre con parole quanto mai attuali. Oltre alla delusione per l’indifferenza, il sentimento che accompagna la Liliana bambina e’ lo stupore, stupore generato dalla presa di coscienza della gratuita’ del male. 

I primi capitoli del libro raccontano gli effetti delle leggi razziali sulla vita quotidiana degli ebrei italiani, fino ad allora perfettamente integrati nel tessuto sociale, in un’Italia ipnotizzata dalla propaganda di regime, dalla retorica nazionalista e dal mito dell’uomo forte incarnato dal Duce. 

La Segre racconta i quaranta giorni di carcerazione a San Vittore seguiti alla fallimentare parentesi dalla fuga in Svizzera, durante i quali all’incredulita’ per quanto stava accadendo subentra la disperazione, che porta il padre Alberto a chiedere scusa alla figlia per averla messa al mondo.

Il 30 Gennaio 1944 Liliana e suo padre vengono deportati ad Auschwitz e immediatamente separati per non rivedersi mai piu’, poiche’ Alberto morira’ pochi mesi dopo.

I capitoli della prigionia si concentrano sulla logorante routine del lavoro in fabbrica e sui tanti soprusi a cui erano sottoposti i detenuti, ma anche sull’intensita’ dei legami, per quanto fugaci, creati con le altre prigioniere, nonostante le barriere linguistiche e le pratiche disumanizzanti. 

Il libro si sofferma anche su aspetti di cui normalmente si parla poco, come l’uso del bismuto nei pasti delle carcerate per bloccare il ciclo mestruale, segno di come, nella loro lucida follia, i nazisti avessero programmato tutto. 

La parte forse piu’ emozionante del libro e’ quella finale, che segue al racconto della Liberazione e indaga gli effetti del ritorno alla normalita’. Liliana Segre sostiene che non e’ possibile lasciarsi alle spalle Auschwitz, parole che la accomunano a Primo Levi, a Sami Modiano e ai tanti altri testimoni che hanno avuto il coraggio di trasmettere ricordi che qualsiasi essere umano vorrebbe solo consegnare all’oblio. L’esperienza segna per sempre, come se quel tatuaggio con il numero impresso sulle braccia dei sopravvissuti marchiasse indelebilmente anche il loro animo.

Liliana Segre per decenni cerca di dimenticare, costruendosi una famiglia e non parlando a nessuno di quello che ha vissuto, finche’  una terribile depressione non la costringe a fare i conti con il passato: per uscirne deve trovare la forza di testimoniare cio’ che ha cercato di rimuovere e fare di questo ricordo la sua missione di vita. 

Per tre decenni Liliana ha svolto questa missione senza mai tirarsi indietro e, anche oggi che la sua attivita’ di testimone nelle scuole e’ cessata, continua a essere un faro di onesta’ intellettuale e coraggio.

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