Persecutori indigeni. L’ignoto della porta accanto al di là dell’Atlantico

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1492: siamo sulle spiagge del Mondus Novus e Colombo si appresta a stringere la mano agli indios. Mentre gli uni sfociano nell’Era moderna, gli altri sfuggono alla Preistoria: lo scontro tra le due pietre crea una scintilla.

Eppure, sebbene il fuoco riscaldi, puo’ anche bruciare. Cosi’, le due popolazioni, ancor prima di avvicinarsi, si allontanano: schiavitu’, pregiudizio e derisione sono all’ordine del giorno sulle coste colonizzate. 

Era divertimento quello degli europei? Puro e semplice scherno quello degli occidentali? No. 

La paura ha sempre indotto gli umani di qualsiasi epoca, cultura o religione a respingere cio’ che e’ estraneo. Si ha paura di conoscere persone, oggetti o idee di cui prima s’ignorava l’esistenza, di ammettere le proprie paure e insicurezze. 

Tzvetan Todorov, storico e professore francese di filosofia del linguaggio, scrive e racconta de “la scoperta dell’altro”: “Abbiamo bisogno di distanza tra noi e l’altro da noi, quasi per guardarci dall’esterno” afferma. Naturalmente, c’e’ un’ombra di psicologia nell’interpretazione, ma e’ del tutto lecita: “gli altri ci colgono nel ruolo di barbari”, conclude Todorov. 

In particolare, nella psicoanalisi freudiana – ripresa anche nel film di Fellini “Giulietta degli Spiriti” – c’e’ spesso la figura del Persecutore: la chiusura in se’ stessi e l’isolamento dal resto della realta’ si manifestano puntualmente in ognuno di noi. e’ quello che si definisce “narcisismo”, dal mito greco, e crea un persecutore esterno, che in realta’ e’ interno a noi. 

Cosi’ faceva, tornando ai tempi passati, ogni popolo del mondo: i greci incontrano gli sciiti e i persiani, i romani si scontrano con i barbari nordici o anche durante le Crociate tra il mondo europeo e quello musulmano. 

Man mano, il mondo diventa piu’ piccolo e “lo spazio dell’alterita’ si assottiglia” afferma sempre il professore francese: le culture si mischiavano, le tradizioni s’intrecciavano, e invece di unirsi, si respingevano. 

Durante la Seconda guerra mondiale, Hitler sceglie di sterminare tutti i “diversi”: omosessuali, zingari e ROM, ebrei. Oltre alla crisi della Germania di quel periodo, era la paura a girare per le strade di Berlino, tra i piu’ umili ma anche tra i piu’ potenti, compreso il Führer. E successero cosi’ molte altre volte nella storia.

Si potrebbe affiancare a “diversita’”, il termine pharmakon degli antichi filosofi greci. Esso, come il termine latino hostis, ha una doppia valenza: nella immediata traduzione odierna lo intendiamo come “farmaco”, ma nell’antichita’ aveva il significato di “veleno” come di “cura”. La diversita’ e l’incontro con gli altri, quindi, si avvalgono del primo significato per indicare la divergenza e il distacco tra le mentalita’, mentre il secondo, appare quando s’intende comunicare una crescita e una maturazione individuale. 

Oggi, con le disastrose guerre nel Medio Oriente, l’immigrazione e la piaga dell’ISIS e il nemico invisibile del COVID-19 siamo ricaduti nel fardello del Persecutore. D’altra parte, attraverso il fenomeno della globalizzazione, siamo riusciti a cambiare prospettiva e a comprendere l’importanza della coalizzazione. 

Nella nostra societa’ sono tre i principali approcci all’ignoto: l’etnocentrismo, il relativismo e il razzismo. Queste tre fazioni si erano gia’ manifestate nel 1550 nel Colegio de San Gregorio a Valloid: Bartolome’ de Las Casas rappresenta la prima posizione e crede nel cambiamento e nell’educazione dei selvaggi; Michel de Montaigne, filosofo francese, manifesta il suo pensiero rivolto all’umanita’ come unica e unita; Juan Gine’s de Sepúlveda, invece, e’ uno dei precursori degli ideali di Hitler e regge la concezione razzista, che e’ oggi ancora presente. 

Come affermano la nostra Costituzione nell’articolo due, la Carta delle Nazioni Unite nel primo articolo e la Dichiarazione universale dei diritti umani sempre nell’articolo uno, la nostra cultura segue per certo verso la visione relativista di de Montaigne: difende i nostri difetti e le nostre particolarita’ come singoli individui, ma protegge e cura l’intera specie. Come nei discorsi di Socrate, per conoscere se’ stessi e’ necessario curarsi anche degli altri: la dialettica e il dialogo sono i mezzi primari per sconfiggere la paura degli altri; e in fondo, anche di se’ stessi. 

La democrazia nasce anche da questo: “La maggioranza vince” e’ un concetto antiquato ormai, anche se continua a definirsi metodo democratico. Piuttosto, alla base della democrazia c’e’ la liberta’, come afferma Socrate: il governo in quel caso si occupa dell’educazione morale dei cittadini e regna la massima tolleranza. 

La stessa pandemia ci insegna che nessuno si salva da solo: e’ necessario collaborare per debellare e resistere al virus. Il COVID-19 ha isolato, ha confuso il nemico con l’amico, riempiendo i giorni d’angoscia. Tuttavia, un giorno forse, grazie al vaccino, potremmo addirittura accettare la sua presenza e conviverci: e’ un obiettivo che richiede resilienza e coordinazione. Inutile muoversi come Paesi, Citta’, Localita’, la situazione attuale migliorera’ solo se muoveremo le forze insieme, in quanto esseri umani, verso un’unica direzione: accettare la circolazione del virus, proteggersi con il vaccino, trarre il meglio da questa esperienza senza dimenticarne le vittime – e non elogiandone “gli eroi” – e riuscire a credere nel cambiamento. Non c’e’ nemico, c’e’ solo diverso. 

Concludendo dunque, l’unico modo per “cacciare” gli spiriti e i persecutori che annebbiano la vista, che isolano dalla vita sociale, e’ accettare i nostri “spiritelli interiori”.

Guardarli muoversi su un grande carro, in un prato di pini romani, ascoltare il vento che li porta via e sentire una voce che parte su un vecchio aeroplano: “Addio Giulietta, non trattenermi, non hai piu’ bisogno di me. Anch’io non sono che una tua invenzione, tu invece sei la vita”. Vedere se’ stessi bambini bruciare e svanire nel nulla tra le piante, uscire dalla casa in cui ci si era imprigionati e camminare. 

Camminare via, verso l’ignoto e lo sconosciuto della porta accanto.  

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